La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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venerdì 27 agosto 2010

Se gli adulti ridono 84°

C’era un bengalese di quelli che si incontrano un po’ in tutte le spiagge italiane. Di quelli che mentre noi ce ne stiamo sdraiati, tutti unti di olio abbronzante per diventare belli neri, loro, già belli neri, camminano avanti e indietro lungo la spiaggia, fra gli ombrelloni, e si fermano proprio sopra di noi e si mettono – inopportuni – davanti al sole, facendoci ombra, per chiederci se vogliamo comperare una borsa, una collana, un lenzuolo ricamato. E noi italiani li accogliamo o con fastidio, rispondendo con un brusco “no!” (e poi diciamo al vicino di sdraio che, insomma, è ora di finirla, con questi che ti disturbano mentre stai schiacciando un pisolino), oppure, magnanimi, dedicando loro del tempo, guardando la loro mercanzia, chiamandoli tutti Abdul o Mohammed, indipendentemente dal loro vero nome, per poi, se ci chiedono trenta euro per una borsa, offrirne cinque “perché a loro piace contrattare” o “perché ti chiedono di più del valore”.
Non dev’essere tanto divertente fare su e giù, tutti vestiti e carichi di mercanzia sotto il sole cocente. Forse per questo a volte si siedono sulle sedie, sotto gli ombrelloni.
Cinque ragazzini non hanno gradito e hanno preso a insulti e calci il bengalese."Vattene via! Questa è proprietà privata".
Intorno, bagnanti che guardavano senza alcuna reazione. Poco più in là i genitori dei ragazzini, che ridevano, divertiti e fieri di tanto spirito di iniziativa. Evidentemente i buoni insegnamenti alla fine si vedono, eccome.
Hanno scritto che quei ragazzini sono dei bulli. Ma se gli adulti ridono, chi sono i bulli?

giovedì 26 agosto 2010

Quello che non funziona si butta. 83°

A parte il fatto che la corrida è un divertimento che giudico al livello di quello degli antichi romani che godevano eccitati nel vedere combattere e morire uomini e bestie, c’è un’altra riflessione da fare leggendo la notizia del toro imbizzarrito che è saltato sugli spalti nella plaza de toros di Tafalla, nella provincia della Navarra, in Spagna. Per chi non lo sapesse, un toro imbizzarrito di mezza tonnellata ha superato le barriere ed è saltato sugli spalti, travolgendo e ferendo decine di spettatori. In particolare ha gravemente ferito un bambino di dieci anni (tra l’altro, non era meglio se evitavano di portare un bimbo a vedere la corrida?). Ed ecco la logica, sempre la stessa: io addestro il toro alla corrida, studio le strategie adatte a scatenarlo perché se sta moscio lo spettacolo ne risente; il toro si scatena tanto da saltare sugli spalti fra gli spettatori (che ora non sono più tanto eccitati alla vista delle cornate) e invece di dirgli “bravo, hai superato te stesso, ti sei eccitato proprio bene, sei un animale e ti comporti da animale”, dopo averlo catturato e reso inoffensivo che cosa faccio? Lo abbatto.
Ora, non è che io sia fra le animaliste più attive, ma questa ingiustizia assurda salta proprio agli occhi.
È sempre lo stesso atteggiamento ogni giorno più in voga: quello che non funziona non si ripara. Si butta. Soprattutto se lo abbiamo progettato noi e non vogliamo che si veda che non funziona.
Addestro il rottweiler ad essere aggressivo, lo incito ad abbaiare, lo alleno a difendermi e lo premio se ringhia a qualcuno che fa anche solo il gesto di alzare una mano contro di me; poi un giorno morde qualcuno e che cosa faccio? Lo abbatto.
Adesso dirò una cosa che sembra non entrarci niente e invece c'entra parecchio: prendo un bambino, lo tratto male, lo mando a quel paese quando mi chiede qualcosa, lo rifiuto, lo picchio, lo rinchiudo in una stanza e ce lo lascio per ore perché non ha fatto quello che volevo. Poi va a scuola e lì lui picchia un compagno che non gli ha dato il giochino che voleva, corre e salta finché vuole, manda a quel paese la maestra che gli ha chiesto di fare il compito. Che cosa faccio? Dico che è un maleducato e lo picchio per educarlo, se sono un genitore, e lo chiamo “caratteriale” e lo punisco o lo boccio, sempre per educarlo, se sono la maestra.
Quando quel bambino diventa un ragazzo gli compero tutto quello vuole, lo lascio solo tutto il giorno perché non ho tempo; se dà un pugno ad un compagno non lo rimprovero e lascio perdere, oppure, al contrario, lo prendo a calci e lo rinchiudo in casa tutto il giorno; gli faccio vedere in televisione quanto sono ganzi quelli che guadagnano un mucchio senza saper fare nulla e gli metto davanti il mio esempio di padre che sta stravaccato sul divano a guardare la partita perché al lavoro ha mandato un certificato medico.
A scuola, quel ragazzo, non ha voglia di studiare, non manda più a quel paese la maestra, perché ora manda proprio affanculo il professore e picchia i compagni che non gli hanno dato la loro merenda. Che cosa faccio? Lo picchio, se sono il genitore, e, se sono l'insegnante, lo chiamo “bullo” e naturalmente, lo boccio.
Quello che non funziona si butta. Non fanno tutti così, per fortuna. Però…

giovedì 19 agosto 2010

Ma la natura dov’è? 81°

Quelli di voi che abitano in città si guardino un attimo intorno. Ma la natura dov’è?
Per esempio, ora, in casa, mi giro a destra, a sinistra, guardo davanti, dietro, in alto, in basso. Neanche l’ombra di un pezzettino di natura. Anzi, no. Sulla libreria a sinistra ci sono due sassi. Sul davanzale una piantina di basilico in vaso. Niente altro. E se guardo nelle altre stanze la situazione è la stessa.
Se esco per la strada, mi guardo intorno e vedo solo cemento, mattoni, asfalto. Un ciuffettino d’erba davvero ostinato vive fra un blocchetto di porfido e un altro. Ogni tanto un cespuglio piantato dai giardinieri del comune, un’aiuola o addirittura un giardino pubblico. Tutto piantato da giardinieri. È natura? Diciamo pure di sì. Davanti a un negozio due grandi vasi di terracotta con degli arbusti. Ogni tanto una strada alberata. Su molti terrazzi qualche vaso di geranio. Addirittura un piccolo limone, se il clima lo consente. Per illuderci. Addirittura mi è capitato di vedere terrazzini con piante finte. Gli alberi - pioppi, querce, ippocastani, cipressi - tutti intrappolati nel catrame, periodicamente vengono potati in modo innaturale, come barboncini tosati. Fra un palazzo e l’altro dei pezzetti di cielo.
Milioni di noi vivono così per tutta la vita. Non tutti, ma molti. Ci sono bambini, ma anche adulti, che non sono mai stati in mezzo ad un campo, in mezzo al mare, su una montagna, in un bosco.
E passiamo tutta la nostra esistenza nelle città, fra cemento e catrame. D’estate trascorriamo una settimana in una località di mare, con una spiaggia che spesso è attrezzata (e quindi che solo in parte è natura). Poi torniamo al chiuso, in ufficio, a scuola, in negozio, in fabbrica per tutto il resto dell’anno. Anche la domenica la trascorriamo all’interno di grandi magazzini.
Fra noi e la natura, fra noi e la terra viene messa ogni sorta di barriera. La natura è lontana. Lontanissima. Non tocchiamo la terra, né le foglie, né le cortecce degli alberi. Ci ripariamo dalla pioggia e dal vento. Neutralizziamo il caldo e il freddo. È come se avessimo foderato tutto.
Non molto tempo fa, i bambini giocavano con la terra e sulla terra anche in città. Correvano nei prati, si arrampicavano sugli alberi. Molti lavori si svolgevano all’aria aperta. Si viveva nel freddo e nel caldo.
Magari sembro una che appena può scappa in mezzo ai boschi. No, al contrario: vivo in mezzo al cemento. E non ricordo, in tutta la mia vita, di essere mai stata in mezzo ad un campo di grano.
Ma più passano gli anni e più divento consapevole che c’è qualcosa di assurdo in tutto questo, di innaturale, di malsano e di mostruoso.

mercoledì 18 agosto 2010

L’amore della mamma. 80°

Carla mi scrive:
“Cara Isabella, mia mamma ha 83 anni, ed è una donna che ha sempre lavorato, fin da bimba. Non ha mai alzato un dito su di me, benché spesso mi sarei meritata degli schiaffoni. Riesce, con la sua pensioncina da fame, a ritagliare chissà come dei risparmi che mette in una busta e regala a mia sorella e a me per onomastici, compleanni e Natale. Insomma, è la donna che io stimo più di chiunque al mondo e le voglio ovviamente un bene infinito. Tuttavia, non riesco a trasmetterglielo come vorrei. Il nostro dialogo si riduce all’essenziale e quando lei dice ‘A’, io ribatterei ‘B’, sempre; quando lei si rivolge a me, 9 volte su 10 mi chiama con il nome di mia sorella, e ne ha ben motivo, visto che con mia sorella ha un rapporto migliore. Il punto è che non so di cosa parlarle, a parte chiederle come sta e, mi vergogno a confessartelo, devo impormi di telefonarle e vederla. Tutto questo fa crescere in me profondi sensi colpa, oltre che la paura di dovermi pentire presto di non averle dedicato più tempo. Con mio papà, era diverso: correvo da lui per raccontargli appena potevo; lui si interessava ai miei viaggi, ai paesi che vedevo, al loro stile di vita, discutevamo di politica, di società, di tutto. Tanto che ancora oggi, quando vedo qualcosa che mi colpisce particolarmente, il primo pensiero è ‘devo dirlo a papà’. Può essere che, pur volendo bene ad entrambi, si abbia con i nostri genitori un rapporto diverso, o io sono semplicemente una figlia ingrata ed egoista? Grazie, ciao. Carla”
Cara Carla, essere genitori è molto molto difficile. Ma non è facile neppure essere figli. Né essere fratelli. Dietro alle storie di ognuno di noi –figli, fratelli genitori- c’è un vissuto sempre importante e a volte doloroso che condiziona le nostre scelte, comprese quelle affettive. Per accettare la difficoltà dei rapporti devi accettare quest’ultima affermazione. Quindi, come figlia, tu hai un tuo vissuto di bambina, di adolescente e di donna. Ma anche tua madre ha il suo e così tua sorella. Quando qualcuno tocca, quasi sempre involontariamente, una ferita, o una paura - grande o piccola - che abbiamo, proviamo disagio o dolore. E reagiamo, con il silenzio, con la rabbia, con il pianto o con la sofferenza. E se reagiamo con le parole, come potremmo e dovremmo fare, spesso la ferita o la paura ci impediscono di scegliere le parole giuste e, a nostra volta, finisce che provochiamo altro disagio o altro dolore. Più i rapporti sono stretti e più questo accade.
Ci sono persone che hanno nel loro vissuto poche paure e poche ferite. Altre che ne hanno tante e grandi. È ovvio che più le esperienze pregresse ci segnano e più diventa facile essere vulnerabili. È facile essere feriti ed è facile ferire involontariamente, anche se c’è fra di noi, in realtà, grande affetto. Accettato questo concetto, riusciamo a capire e ad accettare quello che non va nel nostro rapporto con la madre o con la sorella, perché lo vediamo per quello che è: non “poco amore” ma, difficoltà di viverlo serenamente.
Cara Carla, forse tu hai avuto qualche ferita nella tua vita. Ma forse anche tua madre. Forse tuo padre ne ha avute di meno ed è riuscito a vivere il rapporto con te senza sottofondi. Ed è per questo che con lui parlavi di tutto. Ma non credo che “andare d’accordo” significhi “parlare di viaggi o di politica”. Si può amare stando zitti.
Tua madre è anziana: non importa se ti chiama con il nome di tua sorella. Non significa niente. Forse è la sua figlia maggiore e ha memorizzato meglio il nome. Mia madre diceva che un genitore si preoccupa sempre per il figlio più debole. Forse tu credi di essere la più debole e invece – almeno agli occhi di tua madre – sei la più forte. L’amore della madre non si esprime nei modi tradizionali. A volte rimane dentro e non sa come uscire. Come succede a te, che dici “le voglio un bene infinito, ma non riesco a trasmetterglielo come vorrei”.
Non importa se vuoi dire “B” quando lei dice “A”, non provare sensi di colpa: è il modo che hai trovato per mantenere aperto il dialogo visto che non puoi parlare di altro con lei. Se con lei non c’è mai stato molto dialogo, è naturale che sia difficile parlarle di affetto. C’è, poi, una ritrosia delle persone di quell’età – che hanno vissuto un’epoca in cui c’erano poche smancerie – a esprimere i propri sentimenti.
Allora, cara Carla, oggi stesso, portale un mazzolino di fiori con un bigliettino come questo, per esempio: “Alla mamma più bella del mondo per ringraziarla di tutto. Ti voglio bene mamma” . Lei probabilmente ti guarderà stupita. Forse ti dirà che sono sciocchezze, perché non saprà affrontare questa manifestazione di affetto troppo esplicita. Tu non rimarrai male perché saprai perché reagisce così e dirai che ti è piaciuto il mazzolino, che costava poco e che hai pensato di comperarlo.
Ma ormai le avrai detto che le vuoi bene. Tu e lei sarete più contente.

lunedì 16 agosto 2010

La logica è molto semplice. 79°

Pasticciere ruba confezioni di pistacchio, sacchetti di mandorle, mozzarella, zucchero, carta da forno. Quindi tutti i pasticcieri sono ladri.
Gelataio vende marijuana per conto di spacciatori. Quindi tutti i gelatai sono spacciatori.
Ferroviere estorce denaro a ditta di pulizie. Quindi tutti i ferrovieri sono estorsori.
Automobilista imprenditore picchia con un bastone un ciclista ad un semaforo. Quindi tutti gli automobilisti che sono anche imprenditori picchiano i ciclisti ai semafori.
Un albanese ruba dei “gratta e vinci” in un’edicola. Gli albanesi rubano i “gratta e vinci” nelle edicole.
Allevatore di bestiame favorisce la latitanza di un boss mafioso. Gli allevatori sono mafiosi.
Nonna schiaffeggia una maestra. Le nonne schiaffeggiano le maestre.
Ottantenne uccide a fucilate un ragazzo che faceva rumore con un motorino. Gli ottantenni uccidono i ragazzi che fanno rumore.
Ragazzini seviziano e impiccano un piccolo cane di razza yorkshire. I ragazzini uccidono e seviziano i cani piccoli.
Commercialista vende e produce foto e filmini erotici con minorenni. I commercialisti sono pedofili.
Commercialista realizza un allaccio abusivo al gas metano. I commercialisti, oltre che pedofili sono anche ladri.
Nomade incinta lancia sassi dal cavalcavia. Le nomadi incinte lanciano sassi dai cavalcavia.
Macellaio utilizza carte di credito clonate. I macellai usano carte di credito clonate.
Muratore ruba a casa dei datori di lavoro. I muratori rubano a casa dei datori di lavoro.
Medico chiede mazzetta di seimila euro per certificare l’invalidità ad un uomo vittima di un incidente stradale. I medici chiedono tangenti.
Un’infermiera gestisce una casa squillo mascherata da centro di massaggi olistici. Le infermiere gestiscono case squillo.
Commessa deruba un’anziana. Le commesse derubano le anziane.
Una ragazza moldava sorpresa a rubare morde la commessa. Le ragazze moldave sono ladre e mordono.
Maestra tira i capelli, schiaffeggia e spintona gli alunni. Le maestre picchiano i bambini.
Professore chiede prestazioni sessuali in cambio di voti. I professori abusano delle alunne adolescenti.
La mia professoressa di chimica era un’oca, la mia professoressa di inglese era sempre in ritardo, la mia professoressa di educazione fisica ci lasciava soli in palestra. Le professoresse sono oche, ritardatarie, e lasciano i ragazzi senza sorveglianza.
Il mio professore di filosofia offendeva gli alunni, il mio professore di disegno era un donnaiolo, il mio professore di musica leggeva il giornale invece di fare lezione, il mio professore di matematica spiegava malissimo, il mio professore di italiano era sempre assente. I professori sono donnaioli, spiegano malissimo, sono assenteisti e offendono gli alunni.
La logica è molto semplice.
Ma non sarebbe ora di pensare un po’ di più prima di generalizzare?

domenica 15 agosto 2010

Il Dirigente scolastico. 78°

A scanso di equivoci dirò subito che ci sono dirigenti in gamba che sanno valorizzare le risorse umane, che non fanno commercio di favori, che sanno reperire i fondi come veri manager, che sanno parlare e ascoltare i docenti, gratificando chi lavora e rimproverando chi non lo fa, e non viceversa. Dirigenti autorevoli, insomma. E capaci. Ma quanti sono? Per la mia esperienza, diretta e indiretta, davvero pochi. Pochissimi. E i dirigenti in gamba, quei pochissimi, ovviamente non vedono riconosciute le loro capacità. Nella Scuola italiana essere fantastico o pessimo è uguale. Che tu sia un docente o un dirigente. Anche perché è difficile la valutazione. Chi dovrebbe valutare il docente? Il dirigente, magari incapace o vendicativo? E il dirigente? Chi dovrebbe valutarlo?
C’è da dire, per amor del vero, che anche loro, i dirigenti della vecchia generazione, sono stati costretti, in cambio di uno stipendio da manager, a passare da un lavoro sostanzialmente da burocrate, di chi era tanto più bravo quanto più riusciva a mettere in pratica le leggi e le soluzioni già tutte preconfezionate e imposte dall’altro, a manager, che deve prendere decisioni autonome. Ma per farlo bisogna esserne capaci. Non ci si può mica improvvisare manager dalla mattina alla sera. Così, vengono pagati come manager ma sono rimasti burocrati. E c’è da osservare che, comunque, con poche risorse, per fare tutto quello che sarebbe necessario ci vuole un mago, più che un manager. La legge sull’Autonomia scolastica, cosa magnifica sulla carta, è addirittura terribile, se il dirigente non è capace di gestirla.
Il dirigente è il personaggio del mondo scolastico forse più importante di tutti: è inutile che ci sia un buon Ministro, un genitore attento e collaborativo, un insegnante preparato, se il dirigente non sa dirigere, o peggio. Facciamo delle ipotesi: un ipotetico ministro perfetto prepara una buona riforma, i genitori sono partecipi e attenti, i docenti si danno da fare per fare il loro lavoro ed ecco che un dirigente incapace riesce a rovinare tutto. Come? Semplice: rende difficile anche le cose più semplici per la paura di sbagliare e pagare di tasca sua per le conseguenze del suo errore; applica nel modo più restrittivo possibile anche le leggi pensate per agevolare il lavoro degli insegnanti; si lava le mani di ogni problema; non è presente a scuola; impedisce ogni libero pensiero; rende difficilissimo l’esercizio dei propri diritti e, soprattutto, la libertà di espressione; gestisce in modo dittatoriale la scuola, come se fosse “casa sua”, invitando chi non è d’accordo su tutto “ad andarsene”, o, al contrario, non sa prendere nessuna decisione, perché non vuole scontentare nessuno; per non avere grane offre dei cioccolatini agli alunni che dovrebbero essere rimproverati; inventa continui e immotivati ostacoli burocratici; crea zizzania; si circonda di pochi “eletti” e si limita a chiedere il parere degli altri docenti solo sulla carta, ma li estromette di fatto da qualsiasi decisione, arrivando anche a fare del mobbing verso chi cerca di portare avanti idee diverse o a chiedere il rispetto della normativa; demanda tutto agli altri e contemporaneamente vuole avere tutto sotto controllo; indirizza pesantemente le scelte didattiche, nonostante il parere contrario dei docenti.
Non occorre inventare delle sanzioni per fannulloni e per assenteisti, e non è neppure giusto, perché finiscono spesso per colpire gli innocenti. Basterebbe invece dare ai Dirigenti la possibilità di licenziare i fannulloni. Ma poi licenziare i Dirigenti scolastici che permettono ai docenti assenteisti e a quelli fannulloni di continuare indisturbati. Sono solo esempi. Non sono tutti così, per fortuna. Però….

La frustrazione degli insegnanti. 77°

Ho incontrato un mio ex alunno. Mi ha fatto molto piacere rivederlo, dopo moltissimi anni, perché è uno di quelli che mi sono rimasti dentro. No, non perché era particolarmente bravo o simpatico. Ma perché era esageratamente timido e fragile. Ricordo che una volta – era in prima liceo scientifico – si vergognava di pronunciare davanti a me la parola “nuda”. Gli sembrava una parola troppo osé. Chissà come lo avevano educato. Riuscii a fargliela pronunciare ripetendola io per venti volte di seguito. Alla fine si mise a ridere e la disse.
Appena mi ha visto mi ha dato del “tu”, perché – mi ha spiegato- “ora siamo colleghi”. Il timidissimo ragazzino è diventato insegnante di italiano. Insegna da quattro anni. Abbiamo chiacchierato per una ventina di minuti durante i quali mi ha raccontato con entusiasmo tangibile aneddoti, sensazioni e pensieri sul suo lavoro di insegnante. Una frase mi ha molto colpito: “La scuola è finita, ma mi mancano già i miei alunni”. Mi ha colpito perché mi sono ricordata che all’inizio della carriera anche a me mancavano gli alunni, d’estate.
Ora no. Ho bisogno di non vedere più gli alunni e, soprattutto la Scuola, d’estate. Mi mancano solo quando se ne vanno, alla fine della terza media, e a settembre non li vedo più durante l’intervallo girare per i corridoi, ognuno nel suo angolo preferito, che ormai conoscevo. E non li vedo più in classe, perché al loro posto ce ne sono altri. Ma dopo poco il loro posto, nel mio cuore e nella mia mente, viene preso da quelli nuovi. Ma d’estate no. Perché? Eppure voglio bene ai miei ragazzi e mi piace molto insegnare. Come accade che moltissimi di noi, piano piano, vedono il loro entusiasmo, spesso molto grande, il loro amore per la Scuola, sgretolato, sbriciolato e portato via a pezzettini, anno dopo anno?
Dopo tanti anni di insegnamento, ci troviamo a dover combattere per difendere questo nostro entusiasmo mangiucchiato. Combattiamo perché sappiamo che non possiamo essere bravi insegnanti se ci manca l’entusiasmo, perché gli alunni non ci seguono.
Ma chi sgretola la nostra passione?
Ci ho riflettuto parecchio, soprattutto dopo che so che dovremo andare in pensione a sessantacinque anni. I motivi sono tanti: difficoltà sempre maggiori nel seguire classi sempre più numerose e alunni sempre più problematici e con gravi lacune di partenza; genitori sempre più invadenti, da un lato, e assenti, dall’altro; ministri della pubblica istruzione che cambiano continuamente le carte in tavola e le regole del gioco; un’opinione pubblica che – grazie soprattutto a campagne denigratorie della stampa - ci considera fannulloni e incompetenti; sempre maggiore scarsità di risorse. Questa situazione ti porta a una frustrazione tale che ti sembra tutto inutile quello che fai (anche se non è vero). Ma l’elemento più importante, a mio modesto parere, è il dirigente. Di cui scriverò prossimamente.

sabato 14 agosto 2010

Vivere in salute. 76°

Oggi sono andata dal dentista, che mi ha raccomandato di passare bene lo spazzolino su ogni dente, nel senso di uno per uno, in tutte le direzioni per alcuni minuti e massaggiando anche le gengive. Mattina, sera e comunque dopo ogni pasto. Bene. Lo farò.
Devo ricordarmi bene tutto, se voglio stare in salute, per lavorare fino a sessantacinque anni.
Riassumendo: al mattino alle 5 e 30 (molto presto per riuscire a fare tutto), mi alzo e bevo un bel bicchierone d’acqua a digiuno. Poi mi sdraio e faccio qualche esercizio di riscaldamento mattutino. Subito dopo, sempre a digiuno, prendo gli integratori che mi ha dato il fisiatra per i dolori alla spalla. Finalmente faccio colazione secondo le istruzioni che mi ha dato la dietista: latte e qualche biscotto. Mi lavo i denti per alcuni minuti, come ha detto il dentista. Il flebologo, il cardiologo, l’ortopedico, la dietista e il medico di famiglia, tutti, mi hanno raccomandato di fare una passeggiata, anche di soli venti minuti, a passo sostenuto ma senza esagerare. Non posso non farla. Quando è tempo di scuola, passo da casa a prendere i miei libri e vado a scuola. A piedi, naturalmente. Quando sono in vacanza, invece, se posso, vado al mare e passeggio avanti e indietro avanti e indietro nell’acqua, perché il flebologo dice che il massaggio sulle cosce è una manna per evitare le flebopatie, soprattutto per chi sta parecchio seduto. Non devo dimenticare di bere dei bei bicchieroni d’acqua. L’ideale sarebbero due litri al giorno. Durante la mattinata mangio un frutto. Il pranzo è costituito, sempre secondo le indicazioni della dietista, da un piatto di pasta condita in modo leggero e molta, moltissima verdura poco condita. Ci metto un po’ perché il gastroenterologo e la dietista dicono che è bene mangiare lentamente e masticando molto. Dieci minuti di pulizia di denti e gengive dopo pranzo sono indispensabili per una bocca sana. La pennichella è vietata un po’ da tutti, ma soprattutto dal gastroenterologo dal quale sono andata quando digerivo male. Ma io, devo dire la verità, una, piccola piccola, la faccio. Di nascosto e non lo dico a nessuno di loro. Nel pomeriggio faccio un’altra passeggiatina. Almeno due volte alla settimana devo andare in palestra per la rieducazione motoria attiva e passiva e per quella propriocettiva computerizzata, perché il fisiatra dice che con il lavoro che faccio il movimento è assolutamente necessario. Se mi viene mal di schiena – a volte mi viene - devo dedicare dei pomeriggi per fare un po’ di tecarterapia, un po’ di laser, un po’ di ultrasuoni, un po’ di massoterapia e un po’ di tens. Durante il pomeriggio mangio un altro frutto. La cena deve essere leggera: un bocconcino di pane, una porzione di proteine e molta molta verdura poco condita. Dieci minuti di spazzolamento di denti e gengive sono molto importanti. Bene. Mi dedico un po’ a internet e a facebook. Ogni venti minuti – me lo ha detto l’oculista – devo smettere e chiudere gli occhi per favorire il ricambio lacrimale; poi aprire e chiudere gli occhi stringendo leggermente le palpebre, per almeno trenta volte; poi guardare un punto lontano sessanta centimetri e, senza muovere la testa, guardare verso l’alto, poi verso il basso, verso l’alto, verso il basso, per un bel po’ di volte. Poi guardare a sinistra a destra a sinistra a destra come se guardassi una partita di tennis; e infine roteare gli occhi come se guardassi una mosca. Il tutto senza farmi vedere da nessuno: questo non me l’ha detto nessuno ma credo che lo direbbe lo psichiatra. Posso continuare a navigare allegramente su internet, a scrivere, a visitare blog e facebook, ma dopo venti minuti devo interrompere e fare gli esercizi che mi ha raccomandato il fisiatra: ruotare il collo in ogni direzione, lasciar cadere la testa in avanti e indietro, lasciar penzolare prima un braccio e poi l’altro, chiudere e aprire le dita della mano come acchiappando delle mosche, muovere le braccia come per salutare, ruotare i polsi. Sollevare e abbassare le spalle tante volte come per dire “chissenefrega”, alzarsi e fare tre giri intorno alla sedia. Alla fine della giornata posso andare a letto, ma è il momento più difficile. Il gastroenterologo mi ha detto che per evitare il reflusso gastrico devo assolutamente dormire supina e con la testa e la parte superiore del busto rialzata di circa venti centimetri. Ma il flebologo, purtroppo, mi ha raccomandato di sollevare i piedi del letto in modo che le gambe siano rialzate.
Ma allora devo dormire piegata a vu?

venerdì 13 agosto 2010

Torneremo indietro. 75°

Torneremo indietro. Ci saranno presto giorni in cui noi, vestiti con delle divise scelte dal padrone, serviremo e chiameremo “signore”, “signora” e “signorino” i ricchi. E loro ci daranno del “tu” e diranno, quando ci incontreranno “Ciao, Isabella, come stai?”, e noi risponderemo, onorati dell’interessamento, “Abbastanza bene, signore, e lei?”. Anche se il "signore" sarà nostro coetaneo.
Come ai tempi dei nostri nonni e bisnonni, insomma.
E se nostro nonno sarà seduto ed entrerà un ricco, diremo “Alzati, su, nonno, fai sedere il signor Tale”. E faremo sedere il giovane ricco e faremo stare in piedi il nonno. E il ricco lo troverà normale, lo troverà giusto.
E se il figlio ventenne del ricco, a capo dell’azienda dove lavorerà nostro figlio quarantenne, sbaglierà e del suo errore incolperà nostro figlio e gli dirà che è un deficiente, noi gli raccomanderemo di tacere e di scusarsi, se non vuol perdere il posto.
E se il nostro bambino, ancora piccolo e quindi inconsapevole, litigherà con il figlio del padrone perché gli ha dato uno schiaffo, noi correremo a prendere il nostro bambino per un braccino e lo porteremo via, scusandoci tanto. E i genitori del piccoli ricco ci scuseranno, sorridendo magnanimi, e ci daranno una pacca sulla spalla . “Non ti preoccupare, Enrico, non è accaduto niente.” “Mi scusi ancora e scusi tanto il nostro bambino. Non accadrà più”.
Quando il signorino poserà gli occhi su nostra figlia e le toccherà il sedere, o di più, noi taceremo o ne andremo addirittura fieri, perché il ricco, che avrebbe potuto averne tante altre, ha scelto proprio la nostra ragazza e le ha anche regalato un ciondolino che sembra proprio d’oro.
E se il ricco ci ruberà quello che abbiamo, noi taceremo, perché lui ci dirà che è già tanto ricco che non ha bisogno di rubare. E noi gli crederemo. E lo troveremo ovvio e giusto.
Torneremo indietro.

O siamo già indietro?

giovedì 12 agosto 2010

Luoghi della memoria. 74°

C’erano luoghi, dalle mie parti, parecchio tempo fa, dove a primavera nascevano prati interi di primule e moltissime violette, di quelle profumate che, almeno io, non ho più trovato. Le raccoglievamo e qualche volta ne portavamo un mazzolino alla maestra. Quando andavamo in giro al limitare del bosco, a volte capitava di trovare dei luoghi un po' nascosti che ci sembravano segreti nascondigli. Verdi, freschi, fatti di luci e ombre.
In un paesino dove andavo d’estate intorno ai vent’anni c'era un piccolo supermercato e accanto un ufficio postale. Sotto le grondaie si vedevano molto bene dei nidi di rondini. Mi piaceva, ogni anno, andare a vedere i nidi delle rondini. E ancora oggi, ogni tanto, mi piace pensare che forse ci sono ancora.
Quando avevo circa dieci anni avevo un’amica che abitava vicino ad un boschetto. Andare a trovarla significava arrampicarsi sugli alberi, giocare ai pirati, urlare a squarciagola, rotolarsi sulle foglie umide, sdraiarsi a braccia aperte sull’erba, scoprire piccole oasi fra i cespugli, toccare le cortecce, sentire nell’aria profumo di erbe e di fiori.
Sono luoghi e sensazioni che non ho mai dimenticato. Allora non sapevo ancora che quelli erano momenti davvero felici.

mercoledì 11 agosto 2010

Ho visto un uomo. 73°

Ho visto un uomo frugare nel cassonetto degli scarti non riciclabili e dei resti alimentari.
Avrà avuto una quarantina d’anni. Abiti sporchi, capelli sporchi, viso e mani sporche. Nelle grandi città ce ne sono tanti. La gente li chiama “barboni” anche se non hanno la barba. Passa, dà loro un’occhiata, qualcuno di pietà qualche altro di disgusto o di disapprovazione, e se ne torna tranquillamente alla sua vita.
Ma pensiamoci un attimo. Il naso, quell’uomo, – chiamiamolo Giovanni, ce l’ha. La puzza - figuriamoci ora che è estate- la sente. Gli occhi li ha. Vede senz’altro – non so- i resti di albume e di tuorlo sull’insalata condita, sui fazzoletti sporchi; vede e sente le bucce di banana le croste di formaggio schiacciati sull’assorbente usato, sui fiori appassiti. Le sue mani si sporcano e se gli prude il naso, sfortunatamente in quel momento, se lo gratta con quelle mani. E i resti alimentari sono il regno di larve e vermi a centinaia.
Che cosa cercava? qualcosa per vivere. Sarà stato bambino, Giovanni. Avrà avuto una casa, una mamma che gli avrà insegnato a lavarsi le mani. Ci sarà stato un tempo in cui mangiava seduto ad un tavolo cibi puliti e freschi.
Ma come è possibile che – in Italia, non in India – esista qualcuno che vive una vita così?
Dove va Giovanni di sera? Che cosa ha fatto per trovarsi a frugare nei cassonetti? Non lavora? E’ svogliato? Gli piace la puzza, lo lasciano indifferenti i vermi e la sporcizia? E’ un ubriacone che avrebbe potuto vivere nel nostro condominio, mangiare al ristorante, avere una casa linda se solo lo avesse voluto? È quasi l’una di notte: dove dormirà Giovanni in questo momento? Dove dormirà il 24 dicembre, mentre noi scartiamo i regali e facciamo dei brindisi? Come si coprirà quando avrà la febbre alta e i dolori alle ossa?
Se si trova in quelle condizioni la colpa è sua. Di solito si pensa così. È la morale che sta alla base dell’idea di colpa. Ma esiste una “colpa” che ti fa meritare quella vita? O esiste una colpa di una società che la ignora e la permette?

lunedì 9 agosto 2010

Treni. 72°

Meno male che non fanno più la pubblicità delle ferrovie dello Stato, altrimenti credo che lancerei una dopo l’altra le mie pantofoline rosa contro il televisore.
Viaggio con intercity, e anche con eurostar, ma la sostanza non cambia di molto (mentre cambia parecchio il prezzo).
L’ultimo viaggio che ho fatto è stato scomodo davvero (e badate bene che sto usando un eufemismo).
Siamo capitati nello scompartimento n°2. Erano le sei del mattino e mi sarebbe piaciuto riposare un po’ perché avevo dormito poco e male. Impossibile: dieci minuti dopo la partenza ero già tutta sudata. Decido di chiedere spiegazioni al capotreno che si trovava nel primo scompartimento: scopro che la manopola dell’aria condizionata era ruotata su “calore”. Qualche buontempone si è divertito, ma credo che dovrebbe essere impossibile accendere il riscaldamento.
Mi rimetto a dormicchiare. Sfortunatamente la porta dello scompartimento non sta chiusa. Tu la apri e lei ssssssssstatunch. Comunque insisto nel tentativo di dormire. Tapun tapun, traball, cicaciù cicaciù, cicaciù. Mi appisolo. Sobbalzo con il cuore in gola perché l’altoparlante interno allo scompartimento urla letteralmente che siamo arrivati alla stazione Tale. Tutti sobbalziamo fingendo di non esserci spaventati. Mi appisolo di nuovo. Frenata. Ssssssssstatunch. Il capotreno, molto professionale, risale sul treno cantando forte “Scende la pioggia”. Guardo fuori. Sì, effettivamente piove. Vado in bagno. Dal buco del water arriva un tromba d’aria direttamente dalle rotaie. La carta igienica, non si sa perché, è nascosta da uno sportello, a ottanta centimetri da dove lasci il tuo deposito, ma quando finalmente riesci a trovarla non ti viene dato nessun premio. L’odore è decisamente una puzza. Tutto è sporco o sembra tale. Torno allo scompartimento e decido di buttarmi fuori dal finestrino con la mente e mi dedico a guardare dei cieli stupendi di cirri, di cumuli, di nembi. Cieli azzurro/bianco/grigio/neri, come quelli dei Simpson.
I movimenti sussultori del treno si alternano a forti movimenti ondulatori: non posso leggere, non posso scrivere (altrimenti mi fa male il treno). Il tempo non passa mai. Ogni mezz’ora vale come due ore. Mi convinco, intanto, che i sedili siano stati acquistati ad una svendita di strumenti di tortura. La funzionalità corretta del collo, delle gambe, della schiena, delle ginocchia dopo due ore di viaggio è già compromessa. Figuriamoci come sarà all’arrivo. Nel silenzio, si fa per dire, del viaggio si leva un lamento in si bemolle, credo : la ragazza di fronte a me, con gli auricolari, canta fra sé, in falsetto, “Heeey Juuude don’t make it bad, take a saaaad soooong and make it betteeeer”.
Un altro viaggiatore pare essere affetto da bisogno compulsivo di telefonare. Chiama una certa Giulia cinque volte di seguito. Poi decide che non basta e tira fuori il suo Mac, lo accende, si connette a skype e prosegue la conversazione con Giulia: “Giulia, amore, mi senti? Mi senti? Mi vedi? No! Attacca la webcam. Sì, clicca sul tasto in alto. Ciao! Mi vedi?...No, è caduta la linea…” Linea sì, linea no, suiiiiip e skype va e bong, skype cade. Poi arriva davnti alla webcam lontana un bambino, che dalla vocina sembra avere cinque anni. “Mamma mia… ti vedo, amore! Vi vedo, Gesù mio! ! Luca ciao ciao! Mi vedi? Luca…Luca…Mi vedi, Luca? Io ti vedo! Ciao ciao ciao ciao, Luca! Gesù, vi vedo, Giulia, voi mi vedete?”. Lo guardo mentre scuote a destra e a sinistra freneticamente la sua mano di quarantenne in un festosissimo saluto, e cerco di capire che cosa c’entra Gesù con la webcam, ma non lo capisco. La vocina dice “Ciao zio Gianni!” e poi cade la linea. Il viaggiatore Gianni decide di telefonare a Giulia con il cellulare perché sta per scendere e le dà appuntamento per un altro incontro su skype. Finalmente scende. No, questi incontri con altri viaggiatori non c’entrano con le ferrovie, ma tutto contribuisce all’insuccesso del viaggio.
Meno male che non sono una dipendente di trenitalia, altrimenti avrei dovuto dire che ho viaggiato benissimo, che i treni sono sempre comodi e puliti e che se sono degradati e sporchi la colpa è del personale addetto alle pulizie che sciopera invece di pulire. Perché ho sentito dire che dei lavoratori delle ferrovie che si sono lasciati intervistare da un giornalista e che hanno mostrato alle telecamere cose che non avrebbero dovuto far vedere agli utenti sono stati licenziati perché avevano parlato male dell’azienda dove lavoravano. Però mi sembra impossibile. Ma sarà vero? Può essere vero?

venerdì 6 agosto 2010

La solitudine. 71°

Una mia amica, quando parliamo di quello che per noi costituisce il piacere più rilassante, descrive il momento in cui, sulla spiaggia, legge un libro in perfetta solitudine. Ogni tanto alza gli occhi verso il mare, sente il sole sulla pelle e la brezza sul viso e si immerge di nuovo nella lettura. Ma non crediate che questo avvenga su una spiaggia d’inverno; è piena estate, e la spiaggia è affollata, ma quella mia amica sa trovare una solitudine interiore molto simile all’”otium litteratum” di cui parlavano per esempio Cicerone, più di duemila anni fa, e Petrarca, più di seicento anni fa: l’ozio dedicato alla solitudine interiore, alla lettura, lontano dal “frastuono del mondo”.
C'è solitudine e solitudine. Questo tipo di solitudine, interiore, è un bene oggi in via di estinzione: ormai pochi riescono a trovarla in mezzo alla confusione. E di confusione ce n'è davvero tanta. Troppa. Ma, per essere onesti, un po' di solitudine- solitudine, quella normale, non farebbe male, ogni tanto. Troppa confusione, e troppe invasioni della nostra privacy. Il telefono fisso che trilla sempre mentre sei impegnata e non è una tua amica o tua sorella o qualcuno che ti interessa. No: è una che chiama chiaramente dalla Sardegna (non per invitarti a trascorrere le vacanze) per chiederti se vuoi risparmiare. "No, non voglio risparmiare. Ho risparmiato tutta la vita e ora voglio spendere". Oppure ti comunica che hai vinto un portatile. "Non lo voglio grazie." "Ma come, non vuole un computer in regalo?" "No, lo tenga lei, glielo regalo." Ho imparato che se, appena li sento, dico "Non mi interessa", la conversazione si prolunga esageratamente: "Come fa a dire che non le interessa? Non ho ancora detto niente..." "E' perché non mi interessa niente". "Ma guardi che è un'offerta interessante..Le consentirebbe di risparmiare..". "Non mi interessa risparmiare..." e si va a finire alla telefonata n° 1.
Ma l'assassino della solitudine e della privacy è il cellulare. A me è trillato il cellulare anche in un bagno pubblico. Proprio dentro. Credo sarà successo anche ad altri.A me è capitato precisamente a Roma all'Hard Rock Caffè. Una situazione imbarazzantissima: mi è venuto istintivo rispondere. Le persone fuori hanno sentito senz'altro "Ciao, sì, sto bene, grazie. No, non mi disturbi, non ti preoccupare. Ma non posso stare tanto. Ah, ho capito. Hai fatto bene a dirglielo, sì. Senti, devo lasciarti, sto guidando e c'è la polizia. Ciao ciao ciao".
Che bugiarda che sono: mi ha disturbato, eccome. Ma mi dispiaceva dirglielo. Quando sono uscita c'erano cinque persone in fila. Avranno pensato: "Stavi guidando, eh??! la polizia, eh??!"

giovedì 5 agosto 2010

C'è musica e musica. 70°

C’è musica e musica.
Sono appena tornata da un concerto.
Ore 21 e 30. Nel giardino di uno dei tanti bellissimi chiostri che abbiamo in Italia. Cielo stellato, leggero vento. Un pianoforte e un pianista virtuoso.
Ci saranno state trecento persone. Le ho osservate.
Anziani, uomini e donne, giovani, ragazzi. Forse erano stati musicisti, erano pianisti o studiavano pianoforte. Abbigliamento normale, abbigliamento elegante. Qualche gioiello e qualche mantella. Un settantenne con pullover sulle spalle, pantaloni e camicia bianca. Una signora di altri tempi con camicetta di raso rosa e scialle bianco con frange lunghe.
Chiacchiericcio leggero. Intorno, in alto, finestre e muri antichi. Cinque piccioni addormentati sulla ringhiera di una finestra. Finalmente so dove vanno di notte i piccioni.
Odore di erba umida, di profumo, di lavanda, e di dopobarba. Qualcuno si sarà rasato a quest’ora, evidentemente. Si parla di musica, di concerti, di pianisti, di violinisti. L’aria della sera è fredda e soffia incessante un vento leggero. Molti tacciono e attendono l’arrivo del musicista.
Arriva un presentatore che racconta qualcosa del concerto. Schumann e Chopin, Paganini, virtuosismi, e altro. Finisce. Applauso breve.
Arriva il pianista. Si siede. Silenzio assoluto. Si concentra. Inizia a suonare.
Ascoltare un concerto di pianoforte è un’esperienza intensa. Le note salgono in alto e sembra che siano luccichini che arrivati al cielo si mescolano alle stelle e poi cadono giù, come una cascata di luce, e scendono sempre più giù fino ad entrare nella nostra testa, dentro di noi, fino al profondo del cuore. E gli arpeggi e le scale sembrano pezzetti di ghiaccio o diamanti lucenti che, cadendo, hanno il rumore del tintinnìò di piccole monete d’oro.
Ogni volta che il pianista termina un pezzo nessuno si muove. Non si applaude a caso. Non si interrompe il pianista. Si aspetta che abbia finito, per applaudire. Non si commenta, non si parla, non si bisbiglia, non si urla, non si ride. Non si mangia, non si beve. Non si parla al cellulare, non si mandano messaggini.
Non ci si scompone. Si provano emozioni. Si prova gioia. Ma non si urla, non si piange, non ci si sente male e tantomeno si sviene. Non ci sono effetti speciali, non c’è fumo colorato, non ci sono fari.
Ma dove sono tutte queste persone nella vita quotidiana? Dove stanno nascoste? Dove vivono? Come resistono alla televisione spazzatura? Come mai godono della musica senza sentire il bisogno di urlare e di svenire?
E, soprattutto, come fanno a sopravvivere due ore, in silenzio, senza cafonate?

mercoledì 4 agosto 2010

Musica. 69°

Provate ad ascoltare una musica o una canzone che vi piace. Ma non, come facciamo di solito, limitandovi ad apprezzarla. Cercate di capire che cosa sentite e perché vi piace. Diventate consapevoli dell’emozione che provate. In questo momento mi sono messa gli auricolari e sto ascoltando “Almeno tu nell’universo” cantata da Mia Martini. Provo gioia. È quasi l'una di notte, sto scrivendo e sono molto stanca, ma provo gioia, perché ascolto una canzone che mi piace molto. Sapete che cos’è ciò che mi provoca quella gioia interiore? È il fatto che una persona sta cantando una canzone molto bella e percepisco il legame che mi lega in questo momento a Mia Martini che non c’è più. Trovo questo fatto qualcosa di straordinario, una possibilità che l’essere umano ha, che lo allontana dalla sua animalità. Provo la sensazione che la vita sia meravigliosamente ricca, anche se abbiamo gravi problemi. Quando ascolto le parti che vanno in crescendo provo il desiderio di chiudere gli occhi e di spalancare le braccia verso l’alto, come se volessi ricevere tutta la musica dentro di me. E per dirla tutta, vi confesso che a volte lo faccio, quando non sto scrivendo e sono sola in casa.
Se sapete accorgervi delle cose che vi procurano sentimenti positivi e individuarne tutte le sfaccettature, ad assaporarli, insomma, ed esserne consapevoli, riuscirete a descrivere ai vostri figli, esattamente, l’emozione, perché imparino a farlo anche loro, perché si formino un bagaglio di immagini e sensazioni piacevoli da richiamare nella vita quando occorre.

lunedì 2 agosto 2010

Gli anni della pensione .68°

Da quando ho saputo che dovrò andare in pensione a sessantacinque anni mi girano i pensieri. E non solo quelli. Non solo si vuole obbligare un'insegnante a trascinarsi a scuola con i piedi doloranti per l'alluce valgo, con i problemi circolatori di quarant'anni di vita sedentaria, con le preoccupazioni (di cui parla anche la pubblicità) per le piccole perdite, per la dentiera che balla, perché senti i suoni ma non capisci le parole. Ma si parla anche di aumentare ulteriormente gli anni necessari ad andare in pensione. Follia pura. Ingiustizia pura. Vogliono mandarci in pensione, insegnanti e non, quando la nostra vita non ha più un vero e proprio futuro. Non voglio dire che a sessantasei anni sei finito, no. Ma certo non mi si può dire che dopo i sessantacinque viene il meglio.
Analizziamo la nostra vita di lavoratori. Chi ha studiato si è sacrificato sui libri , ha speso, è vissuto sulle spalle dei genitori, non ha guadagnato per anni. Chi non ha studiato ha cominciato presto a guadagnare, ma ha iniziato presto anche a capire quanto è faticoso procurarsi la pagnotta con il lavoro.
Loro, quelli che vogliono aumentare gli anni della pensione, quelli che portano se stessi come esempio di come si può lavorare anche oltre i settant’anni, che cosa hanno fatto? Se non erano già ricchi di famiglia lo sono diventati. Loro lavorano nei luoghi dove noi vorremmo tanto andare in vacanza anche solo per tre giorni. Si incontrano in alberghi a cinque stelle lusso, cenano in ristoranti che noi abbiamo visto solo dal di fuori; comperano regali per mogli e amanti in negozi davanti ai quali noi non ci fermiamo neanche, perché da dietro le vetrine ci guardano male come per dire “togliti, che cosa guardi? Sei ridicolo! tanto non puoi comperare niente e vestito così ci fai sfigurare”. Sono riveriti, fotografati, acclamati (e non si sa per che cosa). Vivono in ville nascoste da parchi e gli accompagnatori turistici ce le indicano con la mano dicendoci che quella è la villa del tal personaggio politico (così possiamo respirare un po’ dell’aria che respirano loro); o vivono in un appartamento in condomini super lusso (a qualcuno glielo hanno regalato a sua insaputa) dove la cuccia del cane è più costosa di casa nostra.
Mangiano bene, si vestono bene, trascorrono vacanze su mega yacht, sempre rigorosamente al fresco dell' aria condizionata. E se l’aria condizionata fa loro venire un torcicollo, vengono prontamente unti e massaggiati. Il loro importante corpo viene monitorato dai migliori specialisti e, in caso di malattia, se qui in Italia non c’è lo specialista più qualificato, viene trasferito all’estero in una clinica, ovviamente privata (a spese di chi?) dove viene rimesso a nuovo.
Questi signori mandano i figli nelle scuole private, non perché siano migliori, ma perché lì vengono fatti confluire i contributi statali e perché lì si trovano fra di loro, lontani dai nostri figli e dai figli degli extracomunitari, che un giorno saranno i loro servitori. Quando i loro figli saranno grandi, infatti, anche se saranno delle scarpe o delle trote come studenti, troveranno pronto per loro un lavoro prestigioso: quello di dirigenti. Dirigenti dei nostri figli. Andranno in pensione quando vorranno. E, se si saranno dedicati alla politica, se saranno parlamentari, anche dopo due legislature.
E dicono a noi che è giusto che andiamo in pensione a sessantacinque anni o più. Dicono che dobbiamo fare il sacrificio. Altrimenti siamo dei fannulloni.

domenica 1 agosto 2010

Ricchi e poveri (ma non il gruppo musicale) . 67°

Da che mondo è mondo il potere è sempre stato di chi ha i soldi. E, d’altra parte, chi non ha soldi, ma arriva ad avere degli incarichi in qualche modo legati alla politica, prestissimo fa anche i soldi. Politica e ricchezza sono strettamente legati: la ricchezza diventa potere politico e il potere politico diventa ricchezza.
Chi ha i soldi, volente o nolente (di solito volente), sfrutta e spesso opprime chi non li ha. Più sfrutta e più si arricchisce.
Un tempo questo veniva fatto senza contestazioni. Per un ricco o/ e nobile era ovvio sfruttare e opprimere, ma i poveri consideravano ineluttabile la loro condizione di oppressi e trovavano giusto sgobbare a favore dei ricchi e perfino essere da loro frustati, derisi, sfruttati. Era sempre stato così, a memoria d’uomo e di libro.
Poi ci sono state le idee illuministe, la Rivoluzione francese, il socialismo, il comunismo. I poveri hanno preso coscienza del loro numero, si sono chiesti se era giusto subire, si sono risposti che non lo era e piano piano (molto piano) si è formata una coscienza di classe, ci sono state le lotte di classe e tanti sogni di un mondo migliore. Sembrava che il mondo dei poveri avesse trovato il sistema di farsi rispettare almeno un po’ dal mondo dei ricchi. I poveri - sembrava - avevano alzato un po' la testa, e i ricchi avevano abbassato un po' la cresta. E sembrava perfino che i ricchi avessero fatto propria l’idea che esiste una giustizia sociale e che tutti devono rispettarla. Anche loro.
Finché un giorno, piano piano (troppo piano perché la gente se ne accorgesse) l’ingiustizia sociale, che covava sotto sotto, come la brace sotto la cenere, cominciò a risollevarsi. E se è vero che da che mondo è mondo il potere è sempre stato di chi ha i soldi, è ovvio che il potere è tornato nelle mani dei pochi che hanno i soldi e che ora hanno anche il potere politico. E con il potere politico unito ai soldi e ora anche al potere mediatico, i ricchi sono riusciti in un’impresa straordinaria: non solo hanno ottenuto di riprendere tutto quello che avevano perduto, ma – ed ecco la cosa più straordinaria- ci sono riusciti facendoselo consegnare allegramente dai poveri. In altre parole: i poveri hanno voluto, hanno scelto, di rimettere nelle mani del ricco la mazza con la quale il ricco li prende regolarmente a mazzate. D’altra parte, se ci si pensa bene, è naturale che sia così: c’è una maggioranza che possiede poco e una minoranza che possiede tanto. Da che mondo è mondo il potere economico gestisce anche quello politico. E’ naturale che il potere politico faccia leggi a favore dei ricchi, cioè a favore suo. E’ proprio così che riesce a mantenere quello che ha. Se facesse leggi a favore dei poveri e a suo discapito perderebbe quello che ha. Come si può pensare che questo sia possibile?
E, soprattutto, che cosa possiamo sperare che accada?

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