La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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domenica 30 gennaio 2011

"Le insegnanti trattano male mia figlia." 154°

Elisa mi scrive :

“Sono una mamma di una ragazzina di 14 anni che frequenta ancora la terza media.

All’ eta' di 9 anni ha avuto un tumore e' stata operata e poi curata..in questi ultimi anni ha seguito il follow up della malattia con controlli in day hospital.. Siamo riusciti a farle perdere solo un mese e mezzo di elementari perché abbiamo assunto un’ insegnante che a contatto con la maestra la tenesse aggiornata con ciò che veniva fatto a scuola.. Alla fine questa insegnante pomeridiana l’abbiamo tenuta fino a meta' della terza media….ma alle medie ha sempre avuto difficoltà con la matematica..nonostante l' impegno a casa ..l’ insegnante di matematica continuava a dare dell’ incapace e dell’ asina e a mortificare mia figlia che si sentiva in imbarazzo e si chiudeva sempre piu..Problema comune ad almeno 4/5 alunne della stessa classe e anche parlando con la preside che era al corrente del problema nn si e' riusciti a risolvere niente..li' ho chiesto il cambio di sezione x l’ anno a seguire che nn mi e'stato concesso xke' se spostavano mia figlia dovevano fare lo stesso anche con altre 4 ragazzine con lo stesso problema..

Sicuramente ho sbagliato.. Ho cambiato scuola a mia figlia che aveva minacciato di nn aprire piu libro visto che li' dov'era andava male ugualmente..( ma era solo matematica!!!) pensavo di risolvere..che potesse riacquistare amore x la materia ma mi sbagliavo.. Nella nuova scuola nn solo andava male in matematica ma anche in italiano storia geografia francese inglese.. Sempre nonostante il lavoro a casa ( premetto che ero presente quando in casa c’era l’ insegnante ) e l’ impegno della ragazzina..che nn faceva piu nemmeno sport.. Ho provato a dire a scuola che la ragazzina era seguita da un insegnante a casa.. Ed e' stato molto peggio! l’hanno definita doppiamente immatura dicendomi che forse il problema era proprio quello! Che nn era autonoma.. A dicembre dell anno scorso quindi a meta' della terza media nella nuova scuola poco prima di restare senza insegnante pomeridiana.. Mia figlia ci comunica che vuole farsi bocciare che forse e' come dicono i suoi insegnanti immatura..e che nonostante i pomeriggi sui libri nn ci riesce e che e' terrorizzata dall esame. Noi visto la trafila di insufficienze e visto lo scoramento abbiamo pensato di lasciarla fare..pensando che forse le avrebbe fatto bene ripetere..anche se parliamo delle scuole medie!!!! Ancora tutto mi sembra strano!! E se nn fosse che lo vivo personalmente nn ci crederei e sospetterei un ritardo mentale.. Che nn c'è!

Cmq A giugno nn viene ammessa agli esami e ora siamo ancora in terza media..con la stessa insufficienza in matematica..con 6 e mezzo in italiano storia geografia mai oltre quel voto anche quando risponde a tutto..gli insegnanti dicono che ha sempre la testa per aria..lei ora di pomeriggio fa' i compiti e viene interrogata da una ragazza che sta x laurearsi in pedagogia..ma gli insegnanti si chiedono se studia..io nn mi azzardo a dire che e' seguita.. sono sempre in casa con lei e la ragazza e le seguo.. I compiti vengono eseguiti..Nn so' piu cosa fare.. Due giorni fa' torna a casa allarmata dicendo che in scienze hanno parlato di tumori ( l 'insegnante sa' della sua disavventura! ) e che la prof ha detto che se si e' figlie di donne che hanno avuto un tumore al seno x prevenzione sarebbe giusto togliere le ghiandole mammarie.. ( un’ affermazione così mi strabilia!! E sconforta se e' stata detta veramente ) e oggi torna a casa affranta xke' lei e la sua amica hanno sentito la prof di italiano dire ad un altra di sostegno, credendo di nn essere sentite, che mia figlia ( xke' aveva chiesto l’ora prima il cambio della sedia che aveva lo schienale rotto) : "quella Marilena P. e' insulsa come sua madre! ("cioè io! ).” premetto che ho sempre avuto rapporti distesi tranquilli e rispettosi con questa insegnante che nn conoscevo prima e che essendo nuova l’avrò dall’ inizio della scuola vista 3 volte..certe cose mi lasciano allibita impotente.. La vedo complicata..nn so' come comportarmi di fronte a queste manifestazioni di insensibilità e ignoranza..premetto che nn sono una mamma che da' a priori ragione a sua figlia..di fronte a questo groviglio di vita vorrei da lei un consiglio su come comportarmi sia con mia figlia che con la scuola..Voglio credere che ci siano ancora brave insegnanti..e che mia figlia abbia ancora possibilità di riscattarsi alle superiori..mi sento fortemente impotente! Grazie anche solo x aver letto e aver cercato di capire il mio "papiro"!

Cordialmente

Cara Elisa,

ho letto più volte la tua lettera, perché ci percepisco molta sofferenza e perché è la testimonianza di quello che di negativo avviene nella Scuola italiana. Vorrei aiutarti, ma non è facile. Ci provo.

La Scuola non va perché possono accadere situazioni come queste. Da un lato una mamma e una bambina che stanno male e che, se non capitano, per caso e per fortuna, sulla strada di un insegnante vero, motivato, preparato e capace, sono destinate a soffrire.

Dall’altro una Scuola che ha tanti difetti, che non ha risorse, che è strutturata e concepita male, che non è al passo con i tempi (per migliorare le cose non per adeguarsi) e, soprattutto, che non riesce a coniugare le sue difficoltà con quelle di famiglie e ragazzi. Per affrontare questi disagi la Scuola dovrebbe offrire insegnanti sempre preparatissimi da tutti i punti di vista (pagati come ottimi specialisti e non come impiegati di basso livello) e risorse molto maggiori, che permettano classi di dieci alunni e la possibilità di avere il supporto di altri specialisti che possano essere di sostegno al docente, all’alunnno e al genitore in ogni situazione. Fantascienza.

Devo dire che ci sono davvero insegnanti impreparati ad affrontare i ragazzi, inadatti all’insegnamento, che sono ignoranti (perché non si sono mai preoccupati di studiare come risolvere i problemi e quindi non lo sanno proprio fare), demotivati e, spesso, molto frustrati. Quei docenti possono effettivamente dimostrare la loro incapacità e rivelare la loro rabbia, la loro paura e la loro frustrazione rivolgendo ai ragazzi parole che non dovrebbero neanche venir loro in mente.

Non si offendono i ragazzi perché si sono comportati male, non si umiliano perché non capiscono, non si cerca di farli studiare di più terrorizzandoli. Ma loro lo fanno perché non conoscono altre strategie, perché sono stufi di tutte le situazioni difficili nelle quali si trovano e cercano di vendicarsi stupidamente con i ragazzi e a volte anche con i genitori.

Quei docenti dovrebbero essere licenziati senza pietà, Elisa.

Parallelamente a questa riflessione, però, bisogna farne un’altra.

Ci sono davvero genitori impreparati ad educare i figli, che sono ignoranti (perché non hanno mai avuto la possibilità di studiare o la volontà di informarsi su tutti i problemi che ruotano intorno alla Scuola, ai bambini e ai ragazzi e quindi non si pongono domande e giudicano senza sapere). Sono genitori stanchi, demotivati, presuntuosi, permissivi e protettivi e, spesso, molto frustrati perché il figlio non è come loro vorrebbero. O perché la Scuola non li aiuta come loro si aspetterebbero.

Quei genitori possono effettivamente dimostrare la loro incapacità e rivelare la loro rabbia, la loro paura e la loro frustrazione definendo incapaci e insensibili gli insegnanti che, mettendo in evidenza i problemi, aumentano la loro frustrazione.

I genitori si arrabbiano quando sono stufi di tutte le situazioni difficili nelle quali si trovano e cercano attribuire ai docenti tutte le colpe per permettersi il lusso di pensare che i problemi non ci sarebbero se i docenti fossero migliori.

Il conflitto è generato dallo scontro dei problemi delle varie parti. Ognuno ha delle responsabilità.

Può darsi, Elisa, che le parole che ti sono state riferite non siano state proprio quelle, che il tono non fosse aggressivo. Può darsi che la ragazza che ha seguito Marilena a casa non dica la verità (perché, ha interesse a darti una giustificazione del perché la ragazzina non migliora nonostante il suo aiuto e a dare la colpa agli insegnanti). Può darsi che Marilena sia davvero un po’ immatura, che davvero non sia autonoma. Non ci sarebbe niente di male: può succedere, soprattutto se ha avuto dei problemi di salute che in qualche modo hanno inciso nella sua vita. O può darsi che le insegnanti siano veramente delle stupide e delle ignoranti.

Ma c’è da dire che hai cambiato scuola, e il problema avrebbe dovuto risolversi. Invece no. Allora viene da chiedersi (e ti suggerisco di chiederti): ma è possibile che siano tutti impreparati, incompetenti, insensibili? Nessuno ha capito niente di Marilena? Ce l’hanno tutti con lei?

È difficile, Elisa, perché nella mia più che ventennale esperienza, so che i problemi vengono minimizzati, dagli insegnanti, non sottolineati. Gli insegnanti, soprattutto se incompetenti, se sanno di non aver fatto niente per l’alunno, cercano di promuoverlo. Ma quello che succede ai genitori frustrati che cercano di scaricare la colpa sugli insegnanti per non doverla dare a se stessi, capita anche agli insegnanti, che cercano di ignorare i problemi che non sanno risolvere, che cercano di dare ai genitori la colpa delle azioni didattiche e disciplinari che hanno fallito, per trovare un alibi alla loro incapacità di risolvere i problemi. Da un lato il genitore che pretende aiuto, dall’altro il docente che nessuno ha preparato ad aiutare e che non ha risorse per farlo. In mezzo c’è Marilena, che, anche lei, dà la colpa ai docenti delle sue difficoltà, per non dover ammettere di avere dei problemi. A lato c’è il dirigente che non vuole fare nulla, perché sa che non può fare nulla. Non può mandare via l’insegnante. Non può provare che sia vero che hanno detto “asina” a tua figlia, perché, ovviamente, l’insegnante negherebbe.

Il sistema Scuola – l’ho già detto – è sbagliato. Nella Scuola, lo ripeto, ci dovrebbero essere i migliori insegnanti (e non tanti che insegnano per ripiego) e le maggiori risorse. Non ci sono né gli uni né le altre.

Riguardo all’accusa a Marilena di essere “insulsa” come te, non dedicarci più tempo. non ne vale la pena. Potresti dire a Marilena che, pensandoci, credi che si sia sbagliata, perché rimanga meno male.

Anche perché non hai prove che quelle parole siano state dette davvero. E perché, se anche fossero vere, sono solo parole patetiche di gente stupida e piccina.

Emerge dalle tue parole (sembra proprio) che tu lasci trasparire a tua figlia il tuo disprezzo verso gli insegnanti. Non lo fare. Sforzati di dimostrare di avere fiducia in loro anche se non ce l’hai. È importante per tua figlia. E credo che se lo farai scoprirai che anche lei, che sarà meno prevenuta, noterà meno offese da parte degli insegnanti. Perché quello di accusare gli insegnanti può essere anche per tua figlia un modo per scaricare la frustrazione su di loro.

Vai di nuovo dagli insegnanti e spiega loro che capisci le loro difficoltà e che vorresti che ti spiegassero che cosa devono fare. Fallo dopo aver riflettuto sulle mie osservazioni.

Se davvero risulta che si rivolgono agli alunni con insulti, scrivere una lettera alla dirigente e fatela protollare, chiedendo che intervenga perché indaghi e, se dovesse risultare, prenda dei provvedimenti perché non accada più.

Leggi anche le altre mie note sulla scuola, se non lo hai ancora fatto.

Per esempio queste:

http://www.facebook.com/note.php?note_id=149389971775023; oppure questa:

http://www.facebook.com/note.php?note_id=123919824322038

Spero di averti aiutato un po’.

Fammi sapere!

sabato 29 gennaio 2011

Le donne sono camelie. 153°

La fragilità delle donne è solo apparente. Le donne sono forti. Sono state paragonate alle rose, che sono delicate, ma protette dalle spine. Ma le donne non sono rose. Le donne sono camelie, perché, come le camelie, sono forti e non hanno bisogno delle spine.

Le donne sono forti e coraggiose, ognuna a modo suo. Se serve sanno tirar fuori le unghie e le spine.

Sopportano il dolore e la fatica, senza cedere, senza risparmiarsi. Come le camelie, sono sensibili, ma resistono.

Le donne sono protettive. Sono dolci e dure, a seconda delle necessità. Sanno parlare tanto e sanno tacere. Sanno essere remissive e aggressive. Sono maestre nel lasciar credere all’uomo di essere loro le più deboli, di aver bisogno di aiuto e protezione. Perché sanno che all’uomo serve crederlo. Perché sono donne che amano.

Certe donne sono talmente intelligenti che non hanno neanche bisogno di dimostrarlo a tutti. Nascondono la loro intelligenza. Donne che pensano, donne che si sfiancano per crescere i figli fra mille difficoltà, donne che lavorano, rassettano, cucinano, stirano, lavano, curano, organizzano, e lasciano credere all’uomo che sono cose da niente, perché le cose importanti davvero le fa tutte lui. Perché sono donne che amano.

Donne che scrivono, leggono, fanno politica, fotografano, dipingono, viaggiano, discutono, inventano, costruiscono, curano, insegnano, soffrono, piangono e si risollevano sempre. Donne che sanno combattere senza paura, all’occorrenza.

Come le camelie, le donne hanno bisogno di essere curate, annaffiate . Ma questo non significa che sono delicate.

Le donne che si vendono e si prostituiscono, per denaro o per potere, non sono fragili e delicate. Sono stupide.

Nel linguaggio dei fiori la Camelia significa “perfetta bellezza e superiorità non esibita”. Le donne non sono altezzose rose, sono camelie, che non hanno bisogno di mostrare la loro superiorità.

Ci sono anche uomini che sono forti, sensibili, intelligenti e coraggiosi. Sono uomini che sono come le donne. E non viceversa. Non dite mai più che una donna in gamba è una donna con le palle.

Donne, è il momento della riscossa.

venerdì 28 gennaio 2011

“Chiesto il silenzio stampa.” 152°

“La famiglia ha chiesto il silenzio stampa”.

“Gli inquirenti hanno chiesto il silenzio stampa in questo momento delicatissimo delle indagini”.

Secondo me ormai sono frasi ridicole. Come minimo sono perfettamente inutili, perché il silenzio stampa viene rispettato solo quando all’opinione pubblica, di solito morbosamente assetata di particolari possibilmente macabri, non importa più niente della vicenda, perché è successo qualcosa di nuovo, ci sono altre succulente notizie da gustare, qualche bella disgrazia, qualche efferato omicidio, strano rapimento, scomparsa inspiegabile sui quali passare le serate in compagnia del giornalista televisivo-investigatore faidate.

Sono sinceramente indecisa, però, se attribuire questa assoluta mancanza di rispetto del silenzio stampa da parte di quei giornalisti a una possibile "idiozia professionale" – non so se esiste una patologia del genere - che porta a non decodificare il contenuto dei messaggi ricevuti (in questo caso il contenuto“non ne parlate più!”), oppure a un forte disinteresse per le questioni morali altrimenti detto “menefreghismo senza scrupoli”, dettato dall’interesse per lo scoop, che porta successo, che porta denaro nelle tasche.

A me sembra così chiaro: “non ne parlate più, non rivelate i particolari della vicenda, e le conclusioni alle quali gli inquirenti sono giunti, perché potreste intralciare le indagini, mettere in pericolo l’ostaggio, far fuggire il colpevole”. Questo significa “chiedere il silenzio stampa”. Invece, nossignori. Niente da fare. Fanno il servizio comunque e mentre dicono che “la famiglia ha chiesto il silenzio stampa”, magari perché i rapitori hanno minacciato di far saltare le cervella al rapito se si viene a sapere qualcosa, loro- i giornalisti- e loro – i guardoni televisivi, si buttano a corpo morto sui particolari e li diffondono con tutti i mezzi, se fosse possibile anche con i segnali di fumo.

“Non sappiamo se è stato chiesto un riscatto, perché la famiglia è chiusa in uno stretto riserbo e gli inquirenti hanno chiesto il silenzio stampa data la delicatezza del momento investigativo, ma da fonti non confermate risulterebbe che il riscatto è stato chiesto due ore fa.”

“Il corpo della ragazza, barbaramente uccisa con quarantasette coltellate da due sconosciuti dall’accento straniero, è stato trovato in casa, immerso in un lago di sangue. La donna delle pulizie ha dovuto pulire per ore gli schizzi di sangue sulle pareti, che vi mostriamo in esclusiva. Un vicino di casa, che vive proprio nella villetta rosa accanto alla casa teatro del delitto, e di cui diamo solo le iniziali, S. e C., perché ci è stato chiesto di non rivelarne il nome per motivi di sicurezza, dichiara di aver visto in faccia uno dei rapitori e di essere in grado di riconoscerlo.”

“La ragazza rapita aveva con sé un telefonino e gli inquirenti stanno aspettando che il rapitore lo accenda per individuarlo”.

“Ecco la villetta dove la famiglia vive ore di angoscia nell’attesa che i rapitori si facciano vivi. La madre, gravemente sofferente di cuore, ha chiesto il silenzio stampa. Ecco, questa è la casa, in via Roma 124. Suoniamo al campanello. ‘Chi è? Lasciateci in pace, per favore.’ ‘Signora, siamo del TGX. Ci dica, come si sente in queste ore di attesa? Che cosa prova?’. No, per ora la mamma della ragazzina non si sente di rispondere. Dalla villetta della famiglia Tal de’ tali per ora è tutto. Vi lasciamo in compagnia di “Il piccolo investigatore”, che trasmetterà uno speciale dal titolo “Dov’è la mia bambina?”. Durante la trasmissione verranno intervistati lontani parenti fatti arrivare dal Brasile, il salumiere da cui comperano il cotechino, il giornalaio di fiducia, il parroco che ha battezzato la ragazzina e tutti gli avventori del bar vicino, che forniranno la loro ipotesi investigativa. Il conduttore mostrerà ogni angolo della casa con l’aiuto di un plastico. ”

Ecco, questo è il “silenzio stampa” oggi in Italia. E il bello è che ci sono cose per le quali il "silenzio stampa" è assolutamente e stranamente totale.

giovedì 27 gennaio 2011

Ogni sterminio è una vergogna per tutta l’Umanità. 151°

Nel Giorno della Memoria si deve assolutamente ricordare.
Per non dimenticare mai quello che è stato. Per ricordare la morte di chi è stato derubato della vita, della dignità, degli affetti, dei ricordi. È essenziale, perché altrimenti la Storia non ci avrà insegnato nulla.
Come insegnante ho il dovere di passare ai miei alunni questo testimone terribile, e di anno in anno, nella Giornata della Memoria più che in tutti gli altri giorni, dimentico tutto quello che c’è sui libri di scuola, la grammatica, la letteratura, la geografia, e li faccio viaggiare indietro nel Tempo, nella Storia, per ricordare loro la tragedia che si è consumata, e per metterli in guardia, perché tutto può ancora accadere e perché in altre parti del mondo sta già accadendo. Di nuovo, e senza che noi facciamo nulla per impedirlo.
Quando si studia la Storia, si studia la storia di un popolo, ma contemporaneamente la Storia dell’Umanità. La Shoah ci ha insegnato che l’Uomo può diventare bestia immonda e uccidere milioni di persone. Non soldati armati, ma persone inermi, donne, vecchi, bambini, uomini e donne, annientati senza neanche una motivazione sbagliata, come la necessità o l’avidità. Uomini come noi, e in questo senso tutto quello che è accaduto ci riguarda.
Milioni di morti sono tanti. Bisogna spiegarglielo, ai ragazzi, che cosa significa. Non devono abituarsi all’espressione “milioni di morti”: devono inorridire, ascoltandola. E allora dobbiamo far capire che nove milioni sono tre volte l’intera popolazione di Roma, per esempio: tutti i bambini, i ragazzi, tutti i giovani, tutti gli adulti e tutti gli anziani di Roma. Ma anche così non rende l’idea. Forse è meglio fare immaginare tutti gli spettatori contenuti nello stadio più grande d’Italia e dire che se pensano a cento stadi così, pieni, possono avere l’idea di quante persone sono state tolte dal mondo senza motivo. “Togliere dal mondo”, “cancellare dalla faccia della Terra”: ecco qual era lo scopo dello sterminio.
Bisogna assolutamente non dimenticare.
Devo dirlo, ai mei alunni, che è importante che sappiano e studino quello che è accaduto, perché non accada mai più. Devo dirlo ad ognuno di loro. Ho il dovere di farlo, anche se ogni volta provo dolore, perché non posso – né voglio – abituarmici.
Pensa alle persone alle quali vuoi bene - dico.
Pensa al tuo vecchio gatto Baffo, alla tua cagnolina Titti, al tuo pianoforte, ai tuoi amati libri, al tuo iPod. Pensa alla tua maglia più bella, quella che non vuoi prestare a tuo fratello. Pensa a tua madre, alle sue fotografie, all’anello che le ha regalato la nonna, ai dentini di quando eri piccolo, che conserva da anni in una scatolina d’argento. Pensa alle coperte, alle medicine, ai fiori del giardino, al costume da bagno nuovo, al tuo profumo preferito. Guardati intorno e scegli tutte le cose che ti piacciono, quelle che ti servono per vivere e tutte quelle che ami.
Pensa ai tuoi genitori, ai nonni, ai fratelli e agli amici. Uno per uno. E quando lo hai fatto, immagina che senza alcun motivo, un giorno, arrivi qualcuno che ti toglie tutto e tutti. Via il vecchio gatto, via la cagnolina, via la scuola, via i vestiti, le coperte, il termometro, le medicine, il pettine, il sapone, i libri e tutto il resto. E se ti chiedi il perché di questa crudeltà, la domanda resterà senza risposta, perché non c’è nessun perché, se non la capacità dell’Uomo – a volte - di compiere gesti orribili.
Bisogna capire bene che l’orrore della Shoah non è tanto il fatto che milioni di persone sono state uccise, quanto il fatto che prima sono state annientate dentro. Ogni sterminio è una vergogna per tutta l’Umanità.
Immaginate i vecchi, uomini e donne, abituati al pudore, lasciati all’aperto, nudi come vermi, sotto gli occhi di tutti. Trattati peggio del più randagio dei cani randagi, senza né pane né acqua, al freddo, al caldo, sotto la pioggia, fra i pidocchi, le pulci e gli scarafaggi. Donne e uomini rasati a zero, con gli occhi sbarrati nella faccia cadaverica, che dormono ammassati su tavolacci di legno e paglia, accanto ai morti, accanto agli escrementi. Bambini ignari di tutto, strappati dalle braccia delle madri. Uomini ammazzati dagli stenti, dalla fatica, dalle malattie, dal dolore.
Uomini, donne e bambini che dobbiamo conservare nel cuore.

martedì 25 gennaio 2011

Mi piacerebbero tante cose. 150°

Mi piacerebbe avere tanto tempo: per me, e per stare con le persone che amo.

Mi piacerebbe leggere tutti i libri che voglio e che aspettano che arrivi il momento buono, accatastati su un tavolino in salotto.

Vorrei trovarmi di fronte a un deserto sterminato, di sabbia rossa, e guardare il tramonto.

Vivere in un luogo di fronte al mare e addormentarmi con il rumore delle onde.

Ritrovare i valori perduti e constatare che sono condivisi da tutti.

Vorrei vivere in armonia con il mondo. Vedere solo sorrisi e simpatia intorno a me.

Mi piacerebbe sapere che nessuno approfitta dell’ingenuità dei vecchi soli per portar via loro quel poco che hanno.

Mi piacerebbe non dover più leggere che un bambino di dieci mesi è stato massacrato di botte.

O che un uomo è stato barbaramente ucciso per aver involontariamente investito un cane.

Mi piacerebbe vivere in mezzo alla natura e ascoltare il soffiare del vento fra le foglie, lo scroscio della pioggia, i versi degli animali, e non auto in corsa, rombo di motori, clacson e stereo a tutto volume.

Mi piacerebbe ascoltare la mia musica preferita seduta su una sedia a dondolo, in veranda, davanti a una grande casa bianca, come nei film.

Mi piacerebbe vivere in una società dove gli onesti vivono bene e i disonesti vivono male, e non viceversa.

Mi piacerebbe ogni giorno intrattermi in conversazione con scrittori, poeti, artisti e persone intelligenti, e bere insieme a loro un tè, e mangiare in allegria una fetta di torta al limone fatta con le mie mani.

Mi piacerebbe non vedere più in televisione programmi spazzatura, interviste spazzatura, dichiarazioni spazzatura, personaggi spazzatura.

Mi piacerebbe ritrovare le piccole cose di pessimo gusto e non vedere più soltanto il pessimo gusto, dappertutto.

Vorrei poter cogliere un mazzolino di fiori di campo ogni volta che lo desidero.

Mi piacerebbe che nessuno provasse la disperazione di non avere un lavoro, mentre il resto della società continua la sua vita, indifferente.

Vorrei rivedere tutti i luoghi della mia infanzia.

Mi piacerebbe che ognuno potesse vedere avverato almeno un sogno.

Mi piacerebbe non leggere più di sfruttatori e di sfruttati, di straricchi e di poverissimi.

Mi piacerebbe che nessun bambino o donna o uomo subisse violenze.

Mi piacerebbe sapere che tutto, sempre, si aggiusterà.

domenica 23 gennaio 2011

La Legge è uguale per tutti (ma non si direbbe). 149°

Mi scuserete se d’ora in poi non metterò più la elle maiuscola alla parola “Legge”. Non mi sembra che la legge italiana meriti una maiuscola.

Non sono mai riuscita a capire se effettivamente un ricco e potente che va in prigione venga trattato come una persona qualunque. Sinceramente ne dubito molto. Una cosa è certa: non viene trattato allo stesso modo né dai media né dalla gente comune.

Leggo che un Tale di cui ho rimosso il nome, finalmente finito dietro le sbarre per la non piccola colpa di favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di segreto istruttorio, ha trascorso la prima notte in carcere in modo “sereno”. Il giorno del suo arresto è stato salutato da applausi, da strette di mano, da pacche sulla spalla, da occhi lucidi e da lacrime vere e proprie. Non ho visto bene se è stato accompagnato fino all’ingresso del carcere di Rebibbia da un’auto blu, ma non mi stupirei se fosse stato così. Leggo che “ha portato in carcere l'immagine della Madonna, quella di Santa Rosalia, patrona della città di Palermo, il Vangelo” e che ha dichiarato di essere sorretto dalla fede.

Mi chiedo: ma a me che cosa interessa se ha trascorso la notte “sereno” o “agitato”? Veramente avrei preferito sapere che ha trascorso la notte pentito di quello che aveva fatto, partendo dal presupposto che se lo hanno rinchiuso – anche così potente – qualcosina di vero ci deve essere.

E perché questo sottolineare suo e questo riportare dei giornalisti la notizia che ha portato con sé Sante, Madonne e Vangelo? Viene il dubbio che voglia attirarsi le simpatie dei cattolici, dimostrandosi un agnellino mistico. Ma, se qualche piccola colpa dovesse davvero averla (la legge a volte un pochino funziona, nonostante tutto), mentre favoreggiava, dove teneva le Sante e le Madonne che avrebbero dovuto trattenerlo sulla retta via?

Ci informano che un altro pezzo grosso è andato a trovarlo dopo questa prima notte in gattabuia, e “i due si sono commossi, hanno pianto insieme”. A parte che anche questo mi interessa pochissimo, ma perché ce lo raccontano, mi chiedo. Quante sono le persone rinchiuse nelle carceri (e non “nei carceri”, signor ministro dell’Istruzione) italiane? E come mai non sappiamo niente di loro e di come hanno trascorso la notte? Hanno tutti celle come quella assegnata al Tale? Il Tale mangerà la stessa identica sbobba degli altri, se gli altri mangiano sbobba?

Dei detenuti rinchiusi nelle carceri italiane, sovraffollate, dalle condizioni igienico sanitarie invivibili, sappiamo qualcosa solo quando si suicidano, impiccandosi, o avvelenandosi con i farmaci, recidendosi la carotide, mettendo la testa in un sacchetto di plastica fino alla morte. Solo nel 2010 si sono suicidati sessantatré detenuti, fra l’indifferenza generale.

Ma per il Tale i riflettori sono accesi e le rotative girano.

Il Tale afferma di non meritare la condanna. Oddio, magari lo pensa perché vede che fuori ci sono fior di mascalzoni ancora in libertà e lui, forse a ragione, in fondo, dice “Caio, che ne ha fatte di tutti i colori (tanto per fare degli esempi, a caso: corruzione, concorso esterno in associazione mafiosa, finanziamento illecito a partiti, falso in bilancio, e magari anche concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile), è ancora fuori e io, soltanto per un po’ di favoreggiamento, mi sono preso sette anni?”

Effettivamente c’è di che restare perplessi. Se la legge fosse Legge sarebbe dentro anche l’altro, Caio, e già da un pezzo, e avrebbero già buttato via la chiave. Invece no.

La legge non è assolutamente uguale per tutti, e nemmeno il trattamento riservato ai delinquenti (si chiamano così quelli che delinquono) eccellenti. Sicuramente in carcere non si rivolgeranno al Tale chiamandolo per nome, o dicendogli “Tu, vieni qui”. Lo chiameranno comunque “presidente” se era presidente, “dottore” se era dottore, “avvocato” se era avvocato, “commendatore” se era commendatore. E se fosse principe lo chiamerebbero “principe”. Ma quel che è più grave, lo chiamerebbero “onorevole” se fosse stato onorevole. Anche se di onorevole, quando uno merita la prigione, c’è ben poco, mi sembra.

“La legge, nella sua maestosa equità, proibisce ai ricchi così come ai poveri di dormire sotto i ponti, di mendicare per le strade e di rubare il pane.” È una frase attribuita ad Anatole France, che è una grande verità. In realtà la legge è legge uguale per tutti quelli che non hanno soldi per pagare gli avvocati. O per chi ne ha uno solo. Per gli altri, quelli che hanno quegli avvocati-mastino che tante volte vediamo, la legge è discutibilissima, estremamente mutevole, volubile e versatile. Per loro la legge va “interpretata”. A loro favore, ovviamente.

sabato 22 gennaio 2011

Non chiamatelo più “nano”. 148°

Se vi capita di riferirvi a qualche essere disonesto, ignobile, immorale, depravato, che è anche molto basso di statura, non lo chiamate più “nano” in senso dispregiativo.
E se fosse anche affetto da calvizie, non aggiungete “pelato” a “nano”.
Non citate per disprezzo le parole di Fabrizio de Andrè “batte la lingua sul tamburo fino a dire che un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo”.
Il depravato e disonesto sarebbe tale anche se fosse slanciato e se avesse i capelli folti e lucenti.

Non fatelo per lui. Pensate a come si sentono le persone affette da nanismo. O anche le persone di bassa statura. O quelle calve. Fatelo per loro.
Se non la smettiamo, tutti, di usare “nano” come un’offesa, finisce che per tentare di offenderne uno ne offendiamo sicuramente tantissimi.
Se continuiamo così ci troveremo a chiamare i bassi “diversamente alti” o “affetti da pseudonanismo”.
Non usate “ciccione” riferendovi a chi è sovrappeso, solo perché vi ha fatto qualcosa e volete colpirlo. Il sovrappeso non è un argomento per controbattere idee diverse.
È come dire “negro” al nero, “terrone” al meridionale.
Mi è capitato di sentire due ragazzi che litigavano. tutti e due italiani. Uno ha gridato all’altro “albanese!”. La nazionalità è diventata offesa.
Così capita di sentire bambini e ragazzi darsi del “mongolo” , dell’“handicappato”, del “ritardato”, del "tappo", del “ciccione”.
E si vedono madri, presenti, che tacciono, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Se incontrate un disonesto, un mafioso, un corruttore, un incapace, che è di bassa statura, non chiamatelo “nano”. Chiamatelo “disonesto” o “mafioso”, o “corruttore”, o “incapace”. Dategli il nome che merita, e lasciate stare i nani.

giovedì 20 gennaio 2011

Come si danno i voti (e come non si danno). 147°

Beatrice mi dice: “Non so come si danno i voti”

Gli insegnanti giovani vorrebbero spesso fare la domanda “Come si danno i voti?”, ma, vergognandosi parecchio, perché sono convinti che dovrebbero saperlo fare, non la pongono quasi mai. La grande maggioranza degli insegnanti con più esperienza, poi, mai e poi mai ammetterebbe di avere dei dubbi su come valutare gli alunni. Invece avere dei dubbi è l’unica cosa che ha un senso.

Secondo me i giovani insegnanti non dovrebbero vergognarsi. Dovrebbero farlo quelli che danno i voti senza porsi nessun problema.

Ci sono molti libri sulla valutazione, ma non credo che leggerli serva a molto. Soprattutto perché, quasi sempre, sono scritti da persone che non hanno mai insegnato. Bisognerebbe, invece, rifletterci continuamente, e tanto, tutti, sul problema del voto.

Il voto è solo un numero che viene assegnato al lavoro di uno studente, e che dovrebbe essere la certificazione del livello di conoscenze e competenze raggiunte. Il voto più importante è il 6, perché sul 6 regoliamo tutti gli altri voti, con il criterio di “un po’ di più, di più, molto di più” (o di meno, ovviamente)

Quando diamo un valore al 6, facciamo un grosso errore: lo riempiamo della nostra idea di “sufficienza”.

Quello di cui riempiamo il 6, però, non è uguale per tutti: per me significa una cosa, per il mio collega un’altra, per l’alunno, per il padre, per la madre vuol dire qualcos’altro ancora. Anche i compagni interpretano in modo diverso il voto che hai preso: quello che studia e va bene a scuola lo interpreta come “che voto scarso!”, e per quello che va male a scuola vuol dire “bel voto!”. Dunque non significa nulla di preciso e oggettivo. Uno, nessuno e centomila: il voto è uno, ma ha centomila significati e quindi, nessun vero significato.

Chi ci dice che la nostra idea di “sufficienza” sia giusta? E chi ci dice che la nostra idea di “eccellenza” sia corretta?

Inoltre, il valore del voto cambia, non solo da insegnante a insegnante, da tipo di scuola a tipo di scuola, ma anche da un ordine di scuola ad un altro. Prendiamo la scuola media (da un po’ di tempo chiamata “scuola secondaria di primo grado).

Io, insegnante, do 6 e lo considero un rimprovero, perché voglio fare capire al ragazzo che quello che fa non basta. Ma per un altro alunno posso considerarlo un premio, in considerazione del fatto che ha già dato il massimo.

Tu genitore consideri il 6 una soddisfazione, perché tu da ragazzo prendevi sempre 4. Oppure un voto misero, perché pensi che “solo la sufficienza” sia troppo poco. E così via.

“Sa da 6”, “Sa da 7” sono espressioni assurde. Ma che cosa significa “sapere da 6”, come se fosse la cosa più sicura e obiettiva del mondo?

Alle superiori usano molto di più le valutazioni “oggettive”, a punteggio. Molti sono convinti che il loro modo di valutare sia il massimo dell’oggettività, ma, in realtà, chi ha detto che il punteggio che decido di assegnare ad ogni parte dell’esercizio sia giusto? E, soprattutto, chi ci assicura che l’esatta comprensione di quell’esercizio, al quale diamo il voto “10” corrisponda ad una conoscenza della materia da 10?

È il problema delle prove ministeriali Invalsi: ha senso valutare gli alunni su qualcosa che forse il docente ha deciso di non insegnare, privilegiando qualcosa che ha ritenuto più importante? E chi stabilisce che ciò che ha scelto di inserire chi ha preparato le prove Invalsi (senza avere nessuna conoscenza delle situazioni, delle classi, delle realtà sociali e culturali) sia più giusto di quello che ha scelto l’insegnante (anche in base alla conoscenza di tutti gli alunni della classe e dei loro bisogni didattico-educativi)?. E chi stabilisce che cosa rende effettivamente più preparato un ragazzo di scuola media, quando ogni giorno constatiamo che il successo lavorativo ha una grande quantità di variabili, che vanno ben al di là dei risultati scolastici?

E perché non si dà un punteggio anche alle condizioni emotive, o di salute, dell’alunno mentre svolgeva il compito assegnato? Oppure alla spigliatezza, alla sicurezza, alla velocità, ecc.? E se effettivamente questo extra punteggio fosse inserito, chi ci dice che sia davvero giusto inserirlo?

E perché non inseriamo anche la variabile “condizioni emotive o di salute dell’insegnante mentre corregge”? Perché, siamo onesti, sul voto influiscono un po’anche il nervosismo, la stanchezza, la ripetitività di certe correzioni, la frustrazione del trovare lo stesso errore su dieci compiti diversi e la constatazione che non hanno capito niente di quello che con tanta fatica abbiamo spiegato. Succede che al decimo alunno che ha sbagliato sei furibonda come se avesse fatto lui l’errore, per dieci volte consecutive. E se la sua grafia è pessima e ti costringe a metterci il triplo del tempo e della fatica, o a prendere la lente di ingrandimento per controllare se si tratta di una “a” o di una “o”, o a inclinare il foglio in ogni direzione per vedere se riesci a capire se c’è scritto “”sella” o “nella”, il voto ne risente, in qualche modo. È come trovare un capello in un bel piatto di spaghetti alle vongole.

I ragazzi, inoltre, dovrebbero – almeno - essere sempre al corrente di quello che ogni voto significa. Ma troppo spesso non lo possiamo spiegare perché abbiamo le idee confuse anche noi.

Troppo spesso il voto diventa una piccola o grande arma, gratificazione, vendetta. L’unica che abbiamo e alla quale molti di noi non sanno rinunciare. Ed è anche per questo che molti si rifiutano di concordare il valore dei voti. Finché rimane la possibilità di riempirlo di qualcosa di soggettivo, di personale, che può cambiare a seconda delle necessità, rimane un potere nelle nostre mani. Magro, ma sempre potere.

Perciò, cara Beatrice, è normalissimo che tu non abbia capito come si danno i voti.

L’importante è che tu sappia come non si danno.

mercoledì 19 gennaio 2011

AVVISO A CHI MI SCRIVE in privato

Cari amici, desidero dirvi che rispondo sempre e che se non riesco a rispondere subito non è per mancanza di attenzione, ma per mancanza di tempo.

Sappiate, inoltre, che inserisco la vostra lettera e la mia risposta in un post solo quando mi sembra che il problema che avete possa interessare altri (ovviamente, lo faccio cambiando i nomi e le circostanze che possono rendervi riconoscibili).

Grazie!


lunedì 17 gennaio 2011

Come si danno i voti. 146°

La professoressa Milani mi ha chiesto di condividere con voi le mie impressioni sui prescrutini e mi ha detto di ripetere quello che ho detto a lei, perché pensa che possa essere interessante anche il mio punto di vista di tirocinante.

Le ho chiesto come si danno i voti. E lei mi ha risposto: “Bella domanda!”. Ma non mi ha ancora spiegato esattamente in che senso. Mentre aspetto la sua risposta vi dico quello che vedo qui a scuola.
Gli insegnanti sono tanti ed è strabiliante vedere come non ci siano praticamente due pareri uguali per uno stesso voto. Avevo letto che è stato fatto un esperimento per uno studio universitario: è stato dato da correggere lo stesso tema ad un consistente numero di insegnanti. Il risultato mi era sembrato incredibile: erano stati dati voti che variavano dal 5 all’8. Ora che sono nella scuola, però, non mi sembra per niente incredibile. Gli insegnanti sono come isole: ognuno ragiona – anche se non sempre si può parlare di vero e proprio ragionamento – per conto suo, seguendo l’idea che si è fatto in passato e dalla quale non si schioda neanche a morire. La professoressa Milani dice che si è stancata di chiedere ai colleghi di stabilire una corrispondenza fra voto e conoscenze e competenze che siano uguali per tutti, perché ogni volta che lo ha proposto ha avuto un coro di “no”. Pare che gli insegnanti siano convinti del fatto che il voto sia una cosa personalissima di ogni docente. E c'è chi mira a dare voti bassissimi e chi invece dà voti altissimi. Tutti con l'idea che così saranno più apprezzati.
Trovo che dare i voti sia la cosa più difficile dell’insegnamento, specialmente nella scuola dell’obbligo. Non vedo l’ora che la professoressa Milani mi dia qualche indicazione, anche se non so che cosa intendeva con “bella domanda!”.
In questi giorni ci sono i prescrutini, che sono consigli di classe che si fanno prima degli scrutini veri e propri, e durante i quali si comincia a vedere chi avrà delle insufficienze e quale voto si darà di condotta. Non mi sono ancora abituata ai consigli di classe, specialmente a quelli nei quali si decidono i voti che si daranno sulle schede di valutazione, perché la discussione sui voti, che partono da criteri diversi, rende evidenti tutte le diversità fra i docenti, e anche tutta la confusione esistente. C’è quello tutto concentrato come se fosse una questione di vita o di morte, e c’è quello che sbadiglia e se ne frega, salvo intervenire urlando, per poi scoprire che l’alunno di cui parla lui è già passato e che si sta parlando di un altro. Discussioni di lana caprina su fatti insignificanti, paragoni con alunni di sei anni prima, legati magari da rapporti di parentela con quello di cui si parla; un insegnante protesta perché fa notare che quello di sei anni prima non c’entra niente e un altro protesta perché deve andare dal dentista.
“Diamo 8 di condotta?”. “No! Mi ha fatto girare le scatole tutto il primo quadrimestre! Diamo 7, è anche troppo”. “E perché, scusa? Con me si comporta bene…”. “Va bene, allora regaliamo i voti!”.
“Insomma, allora? 7 o 8?”. “Dai 8.”. “Va bene.”
“E a Tizio? Chi dà l’insufficienza?”. “Io gliela dovrei dare, ma, poveraccio…Non capisce niente. Gli do 6”. “Ma se dai 6 a lui, allora devi dare 6 a tutti”. “E che cosa c’entra? Questa è la scuola dell’obbligo!” “Tanto lo sai che alla fine dell’anno lo dobbiamo promuovere, no? Tanto vale..”. "Ma che cosa c’entra? Allora facciamo mettere i voti a loro e non se ne parla più!”.
“Caio. Uhhhh, per carità! Con questo che cosa facciamo?” “Io l’ho interrogato e sapeva quasi tutto. Alla sua maniera, si capisce. Comunque gli ho dato un bel 7”. “Oddio, sarà stato un 7 alla buona volontà. Non mi dire che sapeva da 7.” “Invece sapeva da 7, considerati i livelli di partenza.”
Insomma, dopo un po’ io non so più che cosa pensare e, comunque, non ho assolutamente capito come si danno i voti. Ma che cosa vuol dire “sapeva da 7”?
Aspetto che mi spieghi qualcosa la professoressa Milani, perché finora assolutamente nessuno mi ha spiegato niente. Né all’università né ai corsi di aggiornamento per insegnanti.
Saluti.
Beatrice.

giovedì 13 gennaio 2011

Il Grande Fratello è nudo. 144°

So già che mi inimicherò eventuali appassionati del Grande Fratello, ma devo correre il rischio.

Non posso più tacere. Fra ieri e oggi ho avuto a che fare con questa accoppiata di parole “grande” e “fratello” troppe volte. Dal parrucchiere, in edicola, dal tabaccaio e in fila al supermercato.

C’è una famosa fiaba di Hans Christian Andersen, che è forse la mia preferita. Non so se tutti la ricordate e perciò ve ne faccio un riassuntino:

“C'era una volta un re che amava moltissimo i vestiti eleganti. Un giorno arrivarono due truffatori, finti tessitori, che dissero di saper tessere la stoffa più straordinaria esistente: i disegni e i colori erano meravigliosi, e la stoffa aveva il potere di diventare invisibile agli occhi degli uomini che non erano all'altezza del ruolo che avevano, o di quelli che erano semplicemente stupidi.

Il re pensò: “Devo farmi fare subito quella stoffa!".

E pagò i due truffatori, perché si mettessero al lavoro.

I due tessitori finsero di tessere sui telai vuoti. Ma tutti quelli che venivano invitati a dare un’opinione sulla stoffa non avevavo il coraggio di confessare che non la vedevano. Anche il re disse, fissando il telaio vuoto: " È davvero bellissima" e si fece preparare un abito. I truffatori eseguirono l’ordine, poi andarono dal re e finsero di vestirlo. "Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!", dicevano tutti. "Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!"

Così il re marciò in corteo, e la gente per la strada e alle finestre continuava a dire: "Mamma mia, come sono belli i vestiti nuovi del re! Gli stanno proprio bene!" Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per stupido, o incompetente.

"Ma il re è nudo!", gridò improvvisamente un bambino. "Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce della verità!". Così tutti si misero a ripetere quello che aveva detto il bambino.

"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che il re è nudo!"

"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine.

Ecco. Ogni giorno noi assistiamo a parecchi casi di truffatori che ci vendono patacche inesistenti e ce le fanno apparire come cose meravigliose. Ci ripetono che quello che ci propinano è la nostra fortuna, è la soluzione, è quanto di meglio potevamo sperare: film inconsistenti, oggetti perfettamente inutili, cibi nocivi, leggi beffa, riforme burla, programmi televisivi orrendi.

Il Grande Fratello, per esempio, è il trionfo dell’assurdo: qualcuno ha inventato una patetica farsa, consistente nel rinchiudere un gruppo di persone come cavie in una gabbia e spiare le loro banalità 24 ore su 24. Insomma: un programma che fa incontrare guardoni ed esibizionisti. C’è anche una specie di gara a suon di nomination, prove ed eliminazioni. E il top della finzione è nel cosiddetto “confessionale”, una stanza insonorizzata, con pareti rosse che ricordano tanto un incrocio fra le pareti imbottite dei manicomi e i divani dei bordelli, dove il concorrente di turno finge di essere solo con un Tizio quasi soprannaturale, al quale confida tutto. E con “tutto” intendo un bel po’ di sciocchezze perfettamente inutili e che dovrebbero essere di nessun interesse per chiunque ed invece si guadagnano tantissimi spettatori che ascoltano e guardano con grande partecipazione emotiva.

All’interno della “Casa del Grande Fratello” si scoppia in lacrime, si urla, si litiga, si limona, ci si giura amore eterno e amicizia indissolubile dopo pochi giorni, si fa l’amore, si parla del nulla, si fanno errori di sintassi, si dice “piuttosto che questo, piuttosto che quello”, si dicono fior di castronerie, si fanno scenate di gelosia, si sparla, ci si critica ferocemente l’un l’altro, si impreca e si bestemmia, ci si scaccola, si sbadiglia e si scorreggia. E con questo ci si guadagna la notorietà, l’appellativo di “mitici” e di “grandi”. Da lì in poi, si viene interpellati per avere delle opinioni sui massimi sistemi. Si apre una gara per accaparrarsi la presenza degli ex concorrenti a trasmissioni e inaugurazioni in cambio di tanti soldi.

Ora mi chiedo: ma non bisognerebbe riunirci in folla e in un sol terribile boato urlare “Il Grande Fratello è nudo!!”? oppure “Andate a lavorare in fabbrica!!”?

Ma come mai non lo facciamo?

venerdì 7 gennaio 2011

Il blog è stato inserito fra i blog più belli d'Italia!

Soli nella folla, soli su facebook. 143°

Fra notizie di raffreddori, influenze, freddo, piogge, ritorni di sereno, panettoni, calorie per fetta di pandoro, diete, attentati, stragi, messaggi del papa, incassi record dei cinepanettoni, mete turistiche, previsioni di tutto esaurito e di menù di capodanno, non so se avete letto che una quarantaduenne inglese si è suicidata il giorno di Natale. Si chiamava Simone.

Si sa che nei giorni di festa la solitudine è più terribile. Ci si guarda intorno e ci sembra di vedere tutti felici; c’è aria di festa e ogni pacchetto rosso e argento, ogni festoso saluto stride con il nero e il silenzio della solitudine.

Simone ha pensato di prendere le pillole che avrebbero cancellato la sua solitudine, e forse ha sperato di essere strappata alla morte da uno dei suoi mille e quarantotto amici di facebook, se ha scritto nel suo stato “Took all my pills be dead soon bye bye everyone.”. Magari, chissà, avvertendo gli amici di facebook, avrebbe potuto scoprire di non essere poi così sola. Invece, non solo nemmeno uno le ha creduto, o si è preoccupato o dispiaciuto, ma addirittura c’è stato chi l’ha presa in giro, chi l’ha accusata di mentire.

Non mentiva, Simone, e se ne è andata davvero, il giorno di Natale, nonostante i suoi mille e quarantotto amici di facebook.

C’è chi si costruisce una vita di riserva su facebook, un mondo parallelo, ideale, e ci si rifugia, convincendosi che è ogni cosa è vera, e perfetta. Tutti sono amici, si parlano, si mandano baci, regali, abbracci, auguri, carinerie. Si scambiano informazioni e complimenti, e si vogliono tanto tanto bene.

Ma bisognerebbe, ogni tanto, ricordare che non sempre la nostra lista di amici è fatta di veri amici.

Si possono fare delle amicizie, sì, ma non dimentichiamo che il mondo reale è altrove.

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