La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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martedì 31 maggio 2011

È già passato un anno e mi sembra ieri.

È già passato un anno e mi sembra ieri.

Cari lettori, è già passato un anno da quando ho iniziato questo blog e mi sembra ieri.
Non credevo che avrei avuto tanti lettori! Mentre scrivo le visite al blog sono 19.155 (dico “diciannovemilacentocinquantacinque”)!!
Sono finiti sul mio blog, per caso o consapevolmente, oltre a lettori italiani, anche navigatori provenienti da Stati Uniti, Germania, Gibilterra, Federazione Russa, Svizzera, Canada, Slovenia, Francia, Regno Unito, Lettonia, Belgio, Finlandia, Croazia, Israele, Qatar.
Mi chiedo se il visitatore del Qatar ha letto e capito qualcosa ahahah!!!

Dalle statistiche del blog risulta che il post che ha suscitato più interesse è stato senz’altro
“Come si entra in classe. Seconda parte. 100°”.
Subito dopo, troviamo “Come si entra in classe. Prima parte. 92°”.
Anche i successivi quattro più visitati riguardano la Scuola e la didattica:
“Gli alunni vi vedono come vi vedete voi. 98°”
“Le classi prime. 91°”
“Bisogna saper vedere al di là del comportamento. 120°”
“Per insegnare ci vuole coraggio. 124°”.

Fra i post meno “scolastici” troviamo:
“Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°”
“Il corpo delle donne è un oggetto (più di prima). 200°”
“Il suicidio di un adolescente. 157°”
“Le donne sono camelie. 153°”
“8 marzo: è di nuovo la Festa della donna. 166°”

Cari lettori, grazie per l’affetto con il quale mi seguite.

sabato 28 maggio 2011

È il mio compleanno, fortunatamente. 210°

È il mio compleanno, anche quest’anno. Fortunatamente, o grazie a Dio.
Il giorno del mio compleanno io sono felice. Felice di essere ancora qui, in buona salute nonostante gli acciacchi. Sì, lo so che non sono vecchia, ma, guardatevi intorno. Non notate che mancano già persone più giovani di voi, che se ne sono andate – come si dice – prematuramente?
Dunque, il giorno del vostro compleanno, gioite. “Finché c’è vita c’è speranza”, e se anche questo periodo che state passando è pieno di problemi, si risolveranno, vedrete. Intanto godetevi quello che avete, piccolo o grande che sia.
Mia zia Celestina diceva: “Mangia, perché giovane come oggi non mangerai più”. Grande e semplice verità.
Mia mamma invece diceva: “Ogni anno passa il meglio”. Altra semplicissima verità, se ci si riferisce alla salute.
Dunque, tenetene conto, quando festeggiate il vostro compleanno. Festeggiate più che potete!
Il giorno del vostro compleanno, se non siete più ragazzi, non intristitevi, come fanno alcuni, perché non è un altro anno perduto, ma un anno guadagnato. E, soprattutto, l’inizio di un nuovo anno della vostra vita. La vostra vita è specialissima! Siete al mondo per dare qualcosa al mondo.
Ricordatevi che avete ancora tanto per cui gioire. Godetevela, la vita.
Le persone care che avete ancora. Gli amici. Le risate. Le passeggiate, le corse, le arrampicate, le partite, i fiori, i frutti, la musica, lo stormire delle fronde, l’azzurro, il rosso, il verde, il giallo, gli spruzzi d’acqua di mare sul viso, le cene in compagnia, i brindisi, le soddisfazioni, le carezze, le lacrime e poi i sorrisi, il muschio, l’erba a primavera, le foglie rosse dell’autunno, la rugiada, i fiocchi di neve, il canto dei merli e degli usignoli, i viaggi in terre vicine e lontane, la gente, le storie degli altri. La torta di compleanno, le candeline e gli auguri degli amici.
Ognuno di voi può continuare. Se vuole. Ci si può passare la giornata.

Grazie a tutti quelli che mi hanno mandato e stanno mandandomi gli auguri, in queste ore. Li apprezzo molto. So che, almeno per un momento, in questa giornata, mi avete pensato.

martedì 24 maggio 2011

Professori senza stipendio. 208°

Capita sempre più di frequente che gli insegnanti precari non ricevano lo stipendio. Vanno a scuola, fanno lezione, svolgono tutti i compiti loro assegnati e alla fine del mese lo Stato non dà loro neanche un nichelino.
Due, tre, quattro mesi senza stipendio.
I lavoratori vengono tutelati dalla legge: il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare la prestazione, altrimenti il lavoratore può rivolgersi alla Direzione Provinciale del Lavoro, che può emettere una diffida accertativa nei confronti del datore di lavoro moroso (l’ho letto).
Mi chiedo: ma se esistono delle leggi dello Stato per obbligare il datore di lavoro a pagare lo stipendio, che cosa esiste per obbligare lo Stato a pagare i suoi dipendenti?
Gli insegnanti hanno una famiglia, dei figli. Oppure vorrebbero metterne su una.
Come può permettersi, lo Stato, di lasciarli senza stipendio, fregandosene dei lavoratori e delle loro famiglie? Che cosa mangiano? Neppure l’erba dei prati, perché farebbero loro una bella multa.
Leggo di studenti che hanno fatto una colletta per un insegnante senza stipendio. Che tristezza, mio dio. Altro che insegnante autorevole. Qui diventa insegnante patetico.
Leggo di una professoressa che telefona al preside perché, dato che da mesi non riceve lo stipendio, non ha più i soldi per la benzina e non può arrivare a scuola. Che tristezza. C’è di che rimanere basiti.
Ora, normalmente leggiamo questa notizia e giriamo pagina. Ma soffermiamoci sulla situazione, invece. Andiamo al di là della singola persona. Guardiamo nella vita di quella insegnante.
Precaria, finalmente ha avuto uno straccio di supplenza (e chissà che festa ha fatto, con i tempi che corrono). Finalmente le sia apre uno spiraglio nel tunnel della disoccupazione; rinasce la fiducia nello Stato italiano, grazie a Dio.
E che cosa fa lo Stato patrigno? La tradisce: la illude, la tiene in sospeso (precaria), la fa lavorare, le fa affrontare la fatica del lavoro di insegnante (chi non ci crede provi), le responsabilità che esso comporta, e alla fine del mese non la paga. Niente soldi per pagare l’affitto, per mangiare, per vestirsi. E questo per uno, due, tre, quattro mesi di seguito. Spesso i supplenti finiscono in scuolette lontane, raggiungibili solo con l’auto. Niente soldi per la benzina. Significa che non si può andare al lavoro. E si ritorna al punto di partenza come quando si gioca a Monopoli.
Credo che sia una vergogna. Non solo non diamo il lavoro ai giovani, ma, quando lo diamo, ci permettiamo di non pagarli. E se si trovano in difficoltà, se non sanno come pagare la rata della macchina che finalmente si erano illusi di comperare, chi se ne importa?
Ma uno Stato civile non dovrebbe avere rispetto per i lavoratori?

domenica 22 maggio 2011

la professoressa Isabella Milani è online: I genitori alla fine dell’anno. 17°

la professoressa Isabella Milani è online: I genitori alla fine dell’anno: "Nell’ultimo mese di scuola i ricevimenti dei genitori sono finiti, per permettere agli insegnanti di riflettere, di osservare e di trarre co..."

Insegnante precaria (molto umiliata) chiede consiglio. 207°

Marinella mi scrive:

“Gentile professoressa Isabella,
sono un'insegnante di lettere di scuola superiore, e le scrivo per avere, se possibile, un suo consiglio su come gestire una classe che mi sta dando problemi. Premetto che ho rilevato questa classe meno di un mese fa, che con le altre classe rilevate, seppur vivaci, lavoro e anche bene; questa classe, invece, esagera, soprattutto le ultime ore, in cui diventa ingestibile, e volano parolacce, bottigliette d'acqua che spruzzano, risate beffarde quando io pretendo di lavorare.
Insegno da diversi anni, e di recente, a causa della politica ministeriale, mi sono ritrovata a lavorare di nuovo su supplenze brevi; avverto la scarsa considerazione che "i piani alti" hanno a volte di noi insegnanti, come a scuola spesso (ma non sempre, per fortuna) mi capita di leggere negli occhi di colleghi e alunni una scarsa considerazione nei confronti del mio ruolo (un paio di volte due diversi colleghi mi hanno definita poco garbatamente "tappabuchi" o "precaria-precaria"). La cosa però per me non è un problema: io sono cosciente del mio ruolo e della mia dignità, che non deriva di certo dalla durata del contratto, e in genere nel giro di pochi giorni i ragazzi si rendono conto che è il caso di studiare, e anche sodo. Non accetto che mi si manchi di rispetto o di considerazione, e in genere riesco a trasmettere questo mio modo di sentire; ma con la classe di cui le parlavo, non riesco. Anzi, i ragazzi sembrano divertirsi della mia indignazione, fingono di non cogliere la mia ironia, e quando sono costretta ad alzare la voce (una voce per natura molto esile, che tende a spezzarsi quando grida), la loro ilarità aumenta.
Ieri, ultime ore del sabato, davvero li ho persi di mano, e negli ultimi dieci minuti li guardavo sconsolata. Non sapevo davvero più cosa fare, e oggi ci ho pensato tutta la giornata. Mi sento molto umiliata per questo.
Se possibile, potrebbe darmi un suo consiglio?
La ringrazio comunque dell'attenzione, Marinella.”


Cara Marinella, la tua situazione è quella di moltissimi giovani insegnanti che vengono inseriti nella scuola come “tappabuchi” o “precari-precari”. I “piani alti” non hanno nessuna considerazione degli insegnanti. Lo dimostrano ogni giorno di più. Dillo pure forte. Questo rende le cose sempre più difficili per noi e, soprattutto per voi.
È vero che la dignità ce l’hai dentro di te, che tu sei consapevole del tuo ruolo, ma quando “i piani alti” stessi non ti danno il ruolo che ti serve, e ledono la tua dignità, diventa difficile insegnare, perché i ragazzi ti vedono come una “poveraccia”, una “supplente”, una che oggi c’è e domani chissà.
“Parolacce, bottigliette d'acqua che spruzzano, risate beffarde” dimostrano che i ragazzi di quella classe non ti rispettano. Probabilmente hai perso le staffe.
Il mio consiglio? Arrabbiati. Diventa furibonda, ma senza urlare, senza perdere la calma. Fai loro capire, senza mai offenderli, e senza alzare la voce, che li consideri dei vigliacchi, e che, nel momento in cui ti mancano di rispetto mentre tu stai lavorando per loro, dimostrano di non meritare il tuo rispetto. Falli sentire in colpa, e immaturi. Trova tu le parole per metterli nella condizione di sentirsi stupidi se si comportano così. Devi fare in modo di prevenire quello che faranno e di descriverlo, sottolineando il fatto che se lo fanno dimostrano la loro immaturità. Se lo fanno, poi, limitati a guardarli e a sorridere per far loro capire che sono prevedibili, e che tu avevi ragione.
Non perdere mai le staffe.
Leggi gli altri consigli sulle classi e sui ragazzi difficili che troverai sparsi nel blog.
Fammi sapere. Resisti!

La buona educazione è morta. 206°

La buona educazione è morta. Viva la buona educazione.
Più passa il tempo - dovrei dire “più invecchio” – e più la rimpiango.
Leggo che studenti di un liceo linguistico italiano hanno scritto una lettera alle istituzioni per raccontare (e denunciare) quello che hanno visto durante visite alle sedi di Comuni, Province e Regioni. I loro insegnanti avrebbero voluto far loro toccare con mano l’educazione civica, insomma. Invece hanno toccato tutt’altro.
Da quanto si apprende dalla lettera aperta, l’”educazione civica” che avrebbero dovuto imparare era rappresentata da consiglieri che si insultavano, che facevano barchette di carta, che poi lanciavano; parlavano apertamente al cellulare, mangiavano e bevevano durante la seduta.
Gli studenti, ai quali dico “bravi!”, non hanno osservato quei comportamenti per copiarli, ma hanno preso carta e penna e ne hanno denunciato l’assurdità , mettendo in evidenza il fatto che, a scuola, se loro si insultano, o fanno barchette di carta, o mangiano e bevono durante la lezione, o parlano al cellulare, ricevono dei provvedimenti disciplinari.
Hanno ragione, quei ragazzi. È una vergogna. Ogni tanto in televisione fanno vedere che anche in altri Stati si vedono scene di botte, insulti, offese e sghignazzate beffarde in parlamento. Come per dire che tutto il mondo è paese e che mal comune mezzo gaudio. Ma scherziamo? E chi se ne importa? Che cos’è? La logica del “sì, ma non sono stato solo io” che tanto è cara ai ragazzi? Gliela abbiamo insegnata noi adulti, evidentemente. E insegniamo loro anche la maleducazione.
La “buona educazione” è diventata roba da vecchi bacchettoni. Dichiaro di essere una vecchia bacchettona. Vorrei un po’ della vecchia cara “buona educazione” che, quando io ero piccola e adolescente era assolutamente obbligatoria, se volevi essere rispettato.
Oggi sono stata in un megastore per dare un’occhiata a una macchina fotografica. Il commesso stava illustrandomi le caratteristiche di una macchinetta e io stavo chiedendogli informazioni, quando arriva un’altra commessa che si immette a gamba tesa nella conversazione, mi interrompe e si mette a parlare con il commesso, il quale, a sua volta, senza degnarmi né di uno “scusi, signora”, né di un “un momento, per favore”, decide all’istante che la sua collega era più importante di me – la cliente che dovrebbe avere sempre ragione - e si mette a chiarirle le idee. Soddisfatta, la signorina se ne va repentinamente come era arrivata, e il commesso continua a parlarmi della macchinetta come se l’interruzione fosse stata la cosa più naturale del mondo. Fortunatamente per lui mi trovavo nello stato di grazia di chi era attesa dal marito che le aveva detto “Ti prego, fai presto”, e perciò ho lasciato perdere. In altri momenti sfodero tutta la mia educazione per chiedere del direttore e dare una lezione di educazione al maleducato. (Gli insegnanti non escono mai dal ruolo, neanche quando vanno a fare acquisti.).
Bisognerebbe che queste cose non accadessero.
Vorrei anche che la gente salutasse, che gli uomini ci tenessro la porta quando passiamo e si alzassero per farci sedere, anche se abbiamo voluto la parità. Vorrei che i ragazzi non mandassero “affanculo” tutti, e che, prima di loro, non lo facessero neppure attori, cantanti, politici, presentatori. Vorrei che le persone si rivolgessero agli estranei in modo diverso da come si rivolgono agli amici, e, per esempio, dessero loro del “lei”, comprese le commesse che ti danno del “tu” anche se hai l’età della loro nonna. Mi piacerebbe che non si parlasse al cellulare in ogni dove, come se fossimo tutti in famiglia. Sarebbe carino anche che la gente evitasse di sputare per terra, anche se non ci sono più i cartelli “vietato sputare” (perché non rimetterli?), compresi i calciatori, che non hanno mai sputato tanto.
Vorrei meno schiamazzi, meno clacson, meno musica a tutto volume. Vorrei sentire di nuovo “prego, passi pure”, invece di “tocca a me, prego!”.
Vorrei parole gentili, sorrisi sinceri, buona educazione. Ma la buona educazione, se non è morta, sembra in coma irreversibile.

mercoledì 18 maggio 2011

L’autostima e la maestra che umilia i bambini. 205°

Stefania mi scrive:

“Ho visitato il suo blog e le scrivo per avere un consiglio.
Non sono una di quelle mamme che pensano che suo figlio sia perfetto, che lui abbia sempre ragione e gli altri torto. Anzi.
Mio figlio non si trova bene a scuola. Non accetta le sue regole, rifiuta i compiti e gli obblighi.
Per i suoi atteggiamenti ci è stato consigliato di andare da uno psicologo, che ci ha solo rassicurato sulla sua "normalità".
Ha un'autostima molto bassa che non riesce ad accrescere, secondo lui tutti intorno a lui sono migliori.
Ma ora che è in quarta mi racconta che quando fa un errore la maestra, invece di parlarne con lui, si rivolge a tutta la classe dicendo: "Bambini! Pensate, Marco non sapeva qual era questo complemento!. (risata) Oppure, "Bambini, indovinate cosa non ha saputo fare Marco! Ha sbagliato 4 versi su 10!" (risate).
Ma le pare giusto? E' una cosa che mi indigna profondamente. Sollecitare l'amor proprio è un conto, ma questo è mortificare la persona.
E così mio figlio cresce senza autostima. Ma la scuola deve crescere delle persone o inculcare nozioni? Sembra quasi che il fine giustifica i mezzi.
Mi dia un consiglio, cosa devo fare? Questa donna, maestra sulle soglie della pensione con grande esperienza, è sempre stata distante da noi genitori e poco collaborativa. Penso che se vado da lei a sottoporgli il problema negherà tutto. Per favore, per favore mi dia un'opinione. Grazie. Stefania.”

Cara Stefania,
molto spesso si crea incomunicabilità fra insegnanti, alunni e genitori, e accade che l’insegnante dice all’alunno qualcosa che viene capito male e, riportato, viene trasformato in qualcosa di peggio. A volte capita che un insegnante offenda gli alunni senza volerlo, credendo perfino di essere simpatico. Altre volte l’insegnante sceglie una specie di “lessico di classe” fatto anche di prese in giro, bonarie. Esistono poi insegnanti sgarbati, insegnanti incapaci, insegnanti ignoranti e perfino frustrati e cattivi. Ma per la mia esperienza sono pochi.
Immagino che ti sarai già assicurata del fatto che effettivamente a scuola capiti quello che descrivi. È importante capire se è realmente così o no, prima di fare qualsiasi ragionamento. Se però, davvero la maestra ha pronunciato quelle parole, autorizzando i bambini a considerare tuo figlio un bambino da prendere in giro, il suo sarebbe un comportamento sciocco, ingiusto, controproducente e frutto di incompetenza. Chiunque abbia studiato un minimo sa quanto sia dannoso denigrare un alunno che sbaglia.
L’insegnante dovrebbe impedire che un alunno venga sbeffeggiato dai compagni. La scuola deve essere un ambiente protetto, dove l’alunno è libero di parlare avendo la garanzia che nessuno potrà prenderlo in giro. Questo non toglie che l’insegnante possa decidere di scherzare sull’errore di un alunno: a volte è meglio riderci sopra che sottolineare l’errore in modo serio. Ma deve essere assolutamente inequivocabile che si tratta di un modo per sdrammatizzare e, soprattutto, è indispensabile il fatto che anche l’alunno che ha sbagliato sappia riderci sopra.
È un po’ come quando ti accorgi che un tuo collega ha sbagliato e, per esempio, ha scritto “lassativo” invece di “tassativo”. Magari, tu, invece di fargli notare l’errore, seriamente, gli chiedi se ha problemi di stitichezza. Ci si ride sopra e tutto finisce lì.
Tu però noti che tuo figlio non sta volentieri a scuola e non fa quello che dovrebbe. Questo fa capire che, per una ragione o per l’altra, c’è qualcosa che non va. Il benessere dell’alunno è prioritario. La maestra, anche se le sue intenzioni non erano quelle di prenderlo in giro, ha il dovere di accorgersi del fatto che il bambino non gradisce e, anzi, patisce.
Ma la consequenzialità fra l’umiliazione della maestra e la mancanza di autostima non è così ovvia.
La maestra fa malissimo, ma se il bambino avesse avuto una più forte autostima probabilmente non avrebbe neppure notato il modo sgarbato di correggerlo usato dalla maestra.
L’autostima è molto difficile da conquistare. I fattori che possono distruggerla sono molti, e non nascono tutti in classe. Prima di tutto l’autostima si costruisce e si distrugge in casa: anche se sembra strano, proprio il figlio di genitori lodati da tutti (perché persone di successo, per esempio) ha buone probabilità di avere un’autostima bassa. Per quanto il figlio faccia, percepisce che i genitori (i suoi modelli) sono migliori. Al contrario, il figlio di genitori che non hanno studiato, può sviluppare una buona autostima se viene guardato con ammirazione dai genitori quando dimostra di saperne più di loro.
L’autostima può essere minata dai confronti con fratelli più bravi, con i nonni che raccontano di essere stati dei piccoli geni a scuola, ecc.
Ci sono conoscenti che minano l’autostima di un bambino quando, per esempio, gli chiedono “Sei bravo come tua sorella?”.
La maestra poco sensibile che deride l’alunno credendo così di correggerlo e di spronarlo è solo una delle tante persone negative che il bambino troverà sulla sua strada. Quando si educa si deve insegnare anche ad affrontare le persone negative. E non è facile, né per gli insegnanti né per i genitori.
Cara Stefania, mi chiedi consiglio su come comportarti con la maestra che "umilia" i bambini.
Lasciala perdere: come hai già capito, non riusciresti a dimostrarle di essere stata maldestra nel rapporto con il bambino. Quindi, non l’accusare: chiedile aiuto. Dille che il bambino ci tiene molto alla sua opinione e rimane male se lei lo rimprovera. Ormai siamo alla fine della scuola. Magari è meglio di quanto tu credi. Magari si rende conto di aver sbagliato. Chissà.
Una cosa essenziale: quando parli con tuo figlio, non lasciare mai trasparire il fatto che disapprovi la maestra. Se per caso lo hai già fatto, puoi dire al bambino che hai capito che la maestra è molto brava e lo vuole aiutare. Ho già scritto qualcosa su questo argomento. Trovi tutto nel blog.
Cerca di rendere tuo figlio consapevole di tante piccole cose che sa fare. L’autostima si costruisce con i piccoli e grandi successi.
Spero di averti aiutato. Fammi sapere.

martedì 17 maggio 2011

AVVISO A CHI MI SCRIVE in privato

Non riesco a rispondere prontamente a tutti, perché mi si è accumulata la posta.
Vado in ordine di arrivo.Rispondo sempre. Abbiate pazienza!
Grazie.

lunedì 16 maggio 2011

"S.O.S da un’insegnante alle prime armi". 204°

Marilina mi scrive:
"Cara professoressa Milani sono una docente di IRC alle prime armi, lavoro in una scuola superiore, ma IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie, quindi da parte dei ragazzi ci sono dei pregiudizi rispetto alla disciplina benché l'abbiano scelta.
Due sono le classi in cui la situazione mi sta sfuggendo di mano.
La prima è una seconda classe, l'altra una quarta, in seconda l' ultima lezione avevo dato ai ragazzi una poesia su cui dovevano fare una riflessione personale, scritta che poi doveva essere letta alla classe, per cercare di fare un dibattito ma le cose non sono andate così.
Premetto che appena entrata c'era confusione ed ho detto che al primo che disturbava avrei messo una nota.
Così è stato, ma l'alunno era colui che ogni volta che arrivavo in classe mi chiedeva puntualmente "oggi che facciamo prof.? Leggiamo" ma non potevo rimangiarmi quello che avevo detto.
Poi vicino alla cattedra arrivavano palline di carta, non riuscivo a capire chi era che le lanciava, in classe regnava il caos e non siamo riusciti. A quel che ho compreso loro sono felici che finalmente fanno lezione, ma c'è sempre un gran chiasso, confusione ed io a minacciarli di mettere una nota (non ho l'arma del voto perché tanto religione non fa media.) Alla fine dell'ora quando sono andati tutti via il ragazzo a cui ho messo la nota ha detto:
"Ha visto prof. che la nota non è servita a niente ed i compagni si sono comportati male ed io so chi ha buttato le palline di carta ", mi ha detto il nome e mi ha chiesto di togliere la nota messa.
Non so cosa fare! Non riesco a capire dove ho sbagliato. Eppure dovrebbe essere un 'ora tranquilla in cui discutere di tanti temi attuali, ma nulla di tutto ciò solo caos. Grazie per il consiglio.
Marilina".

Cara Marilina,
hai fatto bene a mettere la nota promessa. E spero che poi tu non l’abbia tolta. Le promesse si mantengono, senza guardare in faccia nessuno. Ma non minacciare più di mettere note: non le mettere, se non per casi eccezionalmente gravi. Sono inutili. Non è con le note che ti guadagni il rispetto degli alunni. Devi essere convinta del fatto che non devono lanciare palline, e far trasparire questa convinzione.
L’insegnante di religione cattolica è sempre stato considerato un insegnante con il quale era abbastanza ovvio non fare nulla. Anche ai miei tempi, figuriamoci oggi. Quindi ci vuole un discorso a parte, perché le difficoltà sono ancora maggiori.
Tu dici che l’”IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie” e aggiungi “anche se i ragazzi hanno scelto la materia”.
È un buon punto d’inizio. Chi insegna religione non ha, in realtà, i mezzi per “minacciare” chi si comporta male e chi non studia, perché non solo i ragazzi, ma anche i colleghi considerano la religione un’ora di serie B. Perché?
Secondo me il problema c’è: che materia è la "religione cattolica"? Che cosa insegna? A che cosa serve, di preciso? Serve per trovare, un giorno, lavoro? È una materia opzionale: i ragazzi la scelgono perché davvero sono interessati, oppure perché dà loro dei crediti per l’esame o per semplice consuetudine?
Ecco il problema. In una società multietnica è giusto continuare ad impartire l’insegnamento della religione cattolica? Oppure c’è qualcuno che vuole imporre la religione cattolica per mantenere un certo potere, anche politico? Non sarebbe più logico imparare la dottrina cattolica in parrocchia e a scuola la storia del pensiero religioso? Se la religione non si chiamasse “insegnamento della religione cattolica”, se si chiamasse “insegnamento delle religioni”, o del pensiero religioso” e si studiassero le religioni, ma anche l’agnosticismo e l’ateismo, i ragazzi non sarebbero molto più interessati?
C’è stato un periodo in cui l’insegnante doveva insegnare “le religioni”, ma poi siamo tornati a chiamarla “religione cattolica”.
Sono dell’opinione che finché continueremo in questo modo tu, come insegnante, non avrai che occasionalmente il rispetto degli alunni. È la società che non ti rispetta, ignorando il fatto che insegnare religione in una società nella quale Dio non viene sentito come “necessario” da molti, in una scuola in cui convivono religioni diverse, ti fa apparire come “insegnante opzionale”.
Un onesto dibattito su tutti gli aspetti della religione, sul perché una persona è religiosa e un’altra no, sul significato di “rispetto della religione altrui”, renderebbe la lezione interessante per la maggioranza degli studenti. Un onesto, vero, dibattito sui grandi temi come l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità, renderebbe la lezione interessante, e te molto più credibile agli occhi dei ragazzi che, a quell’età soprattutto, esigono di capire e non amano le imposizioni. Il dibattito può esistere solo se non parte da “ora vi dimostro che l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità sono sbagliati e sono opera del demonio”. Cara Marilina, so benissimo che non ti esprimi così, ma il concetto è questo, per molte persone cattoliche.
Ti consiglio dunque di parlare con i ragazzi in modo chiaro: affronta con loro il problema del loro disinteresse, della loro mancanza di rispetto nei tuoi confronti. Spiega loro che non intendi più tollerare, ma che sei disposta a discutere di qualunque argomento. In parecchi altri post troverai dei consigli sull’atteggiamento da tenere.
Se deciderai di seguire il mio consiglio, aspettati che qualcuno – genitori, dirigente, colleghi - protesti perché “fai della politica”.
L’insegnamento è una scelta: a te decidere che cosa vuoi. Io scelgo sempre l’onestà intellettuale, a qualsiasi prezzo. Faccio quello che ritengo giusto per i ragazzi e non per chi in quel momento governa e vuole manipolarli.
Ti suggerisco, se seguirai il mio consiglio, di registrare le lezioni, spiegando ai ragazzi che poi potrete sentirle insieme, se servirà.
Non si sa mai. Ti potrebbe servire.
Fammi sapere.

domenica 15 maggio 2011

Come fare una lezione sul bullismo. Terza parte. 203°

Come possiamo fare ai ragazzi una lezione sul bullismo?
La risposta è semplice: non possiamo farla. Né ai bulli né alle vittime dei bulli né agli ammiratori dei bulli. I bulli non la ascolterebbero o si sentirebbero più importanti. Le vittime disprezzano il bullo, ma se non ne avessero paura non si porrebbe il problema. Gli ammiratori dei bulli li ammirano anche di più. Dobbiamo approfondire i motivi per cui il bullo è diventato bullo e, quando lo abbiamo scoperto, tentare di rimuovere le cause, anche se alle medie è già una mossa molto tardiva.
Chiediamoci perché mai un ragazzo si diverte tanto ad umiliare, picchiare, perseguitare un altro ragazzo. “Perché è cattivo”? Non è “cattivo”. Il vandalo fa alle cose ciò che il bullo fa alle persone. Ci chiediamo sempre che gusto ci provano. Perché il vandalo se la prende con un oggetto tanto da danneggiarlo, da volerlo vedere rotto? In realtà ce l’ha con qualcuno, e quell’oggetto è importante per la persona che lui considera “il nemico”. Vuol danneggiare la persona e gli rompe l’oggetto che gli è caro. Ride della disperazione di chi trova rigata la macchina; vuole far vedere alle persone “perbene”, quelle che lo disapprovano, che lui “se ne frega altamente” di loro e delle loro cose. Vuole danneggiare il ricco, perché lui non lo è, e gli spacca la macchina; vuole danneggiare tutto il resto della società, che gli sembra che non lo aiuti, e spacca qualunque cosa: giardini, fiori, aiuole, statue; danneggia sedili del treno o del pullman, perché non si sente parte della società, ma escluso, emarginato dalla società; non sente il treno “roba sua”; vuole danneggiare gli insegnanti e spacca gli oggetti della scuola; il bullo ce l’ha con i compagni studiosi, che vanno a casa e hanno una vita regolare senza problemi? Rovina i loro libri, nasconde o rompe i loro astucci, o i loro occhiali. I bulli e i vandali sono ragazzi sofferenti, resi duri e crudeli dalla vita, nel corso degli anni. Come si può pensare di “smontare il bullo” con qualche lezione, qualche opuscolo o con dei manifestii? E come si può pensare di risolvere il problema semplicemente ripristinando il voto di condotta? Come si può credere che i bulli temano il 5 in condotta o la bocciatura? Le soluzioni sono troppo semplici e troppo semplicistiche. Al massimo possiamo mettere una toppa, assegnando ai ragazzi indisciplinati delle sanzioni disciplinari; può servire ristabilire un minimo di ordine, cosa assolutamente necessaria. Non certo a risolvere il problema. C’è tanto da lavorare.
La lezione sul bullismo è questa: bisogna capire il bullo, individuare il suo disagio e tentare di farlo sentire parte della società in cui vive; dobbiamo trovare un modo perché “senta” che la società lo accetta e lo aiuta. Certo, non limitandosi a dire “non si devono strappare le azalee delle aiuole perché sono di tutti”. Questa frase non è convincente, perché in realtà la società rifiuta, di fatto, un certo tipo di persona. Non mette i fiori per loro. Per loro, in realtà, c’è poco. Non è vero che le azalee sono di tutti. Le aiuole sono di quelli che sanno apprezzare i fiori; di quelli che hanno un lavoro e nel tempo libero portano i bambini a giocare ai giardini. Le azalee non sono dei disperati, dei disoccupati, degli emarginati.
Non è vero che la Scuola è di tutti, i banchi sono di tutti. Per i vandali e per i bulli la Scuola finisce quasi subito. Quando vanno a casa, di solito, non hanno genitori festosi che chiedono loro “Come è andata la scuola, tesoro?”; i libri non sono “importanti”, per loro, perché in casa loro non ci sono libri e non ci saranno mai; l’educazione non importa nulla, perché a loro nessuno l’ha insegnata, e conoscere le buone maniere, per la vita che faranno, a loro non servirà mai. Ma loro, i vandali, i bulli, lo sanno che il mondo “degli altri” è migliore, più sereno, più bello. Non capiscono che cosa hanno fatto di male per essere condannati, già da bambini, a non entrarci mai. Sono arrabbiati con il mondo “degli altri” e si vendicano, gli uni, contro gli oggetti, gli altri contro le persone. Spesso quei ragazzi sono figli di bulli e di vandali ai quali la società dei consumi continua a sbandierare un benessere, reale o fittizio, al quale loro non riescono ad accedere. Stessa rabbia, stesso rancore di quei genitori e di quei figli.
La società dovrebbe occuparsi di più dei disagi. Invece molti vogliono soltanto “che la smettano”, che vengano puniti. Se i bulli, i vandali, e tutte le persone svantaggiate fossero cani, la società li prenderebbe a calci. Ma ci sono tante persone alle quali la Vita, fin dalla nascita, dà calci dalla mattina alla sera. Darne altri non è una soluzione intelligente. Naturalmente, è una questione anche politica e dovrebbe esistere un vero dibattito. Ma non c’è.

Come si risolve il problema del bullismo nelle scuole? Si cambia la società, smettendo di proporre modelli - bulli (utopia, in questo contesto socio-politico), si cambia l’ottica che usiamo per guardare i ragazzi difficili e i bulli e, soprattutto, si assegnano alle scuole molte più risorse per recuperare i ragazzi in difficoltà.

sabato 14 maggio 2011

Come sconfiggere il bullismo. Seconda parte. 202°

Chi cerca di sconfiggere il bullismo pensa di farlo o con la semplice repressione o spiegando ai bulli che non devono essere bulli. Che si tratta di un’assurdità appare chiaro se si riflette sulla definizione di “bullismo”. Definiamo il fenomeno, nel modo più semplice possibile: “il bullismo è il fenomeno che si verifica quando uno o più ragazzi picchiano, deridono, e perseguitano un compagno, per divertimento o per motivi apparentemente insignificanti”.
Un bullo non è un vandalo, non è un teppista, non è un maleducato, non è un ragazzo svogliato. Anche se alla radice dei comportamenti asociali c’è fondamentalmente lo stesso disagio.
Il bullo picchia, minaccia, perseguita, estorce, tortura, per dimostrare di essere forte e per nascondere le sue debolezze. Sceglie le vittime fra i compagni più deboli, perché deve essere sicuro di vedere la paura nei loro occhi. Paura che funziona come adrenalina, per lui. Deve avere un seguito di deboli che lo temono, e che forse, a volte, lo disapprovano, ma che scelgono la strada più facile dell’assecondarlo per evitare grane, perché vivono di luce riflessa, “sono qualcuno” perché sono amici del bullo. E quando un bullo incontra un altro bullo, avvengono gli scontri fra bande.
Ora, un comportamento che ha radici profonde come quello del bullo, come si può pensare di risolverlo con azioni che agiscono a livello superficiale come i manifestini o gli opuscoli contro il bullismo? E poi: a chi sono diretti? Ai bulli, che leggendoli si pentono? Alle potenziali vittime che devono non temerlo più, o devono denunciarli, vincendo la paura, perché un adulto, per loro “il nemico”, ha detto loro di farlo? Quanto è probabile che i seguaci del bullo o il bullo stesso si mettano a leggere con interesse degli opuscoli sul bullismo? Le vittime dei bulli, che giorno dopo giorno vedono che il bullo continua nei suoi comportamenti asociali e nessuno riesce impedirglielo, dovrebbero non temere le sue rappresaglie e trovare il coraggio di denunciarlo o di affrontarlo?
Cioè: se ragazzini indifesi di dodici, ma anche ragazzi di quindici-sedici anni, leggono manifestini e opuscoli, come per incanto, andrà via la paura, verrà avanti il coraggio, e il bullismo sarà sconfitto? Allora, secondo questo sistema, contro la mafia può bastare mettere dei manifesti che invitino la gente a denunciare e a non avere paura delle minacce di morte? A me non sembra davvero così facile. Ci vuole ben altro.
(continua…)

venerdì 13 maggio 2011

Come risolvere il problema del bullismo. Prima parte. 201°

Si è parlato fino alla nausea dei bulli e del bullismo. Ai bulli sono stati dedicati tante volte titoli in prima pagina.
Uno per tutti:
“Galleggiante in gola: ‘Ingoia o sei una checca’. Episodio di bullismo o incidente? … Inchiesta interna della scuola. Gli altri studenti raccontano che è stato un gioco”.
I ragazzi, oggi, fanno di tutto e poi, se li rimproveri dichiarano “ma era uno scherzo!”. Anche il bullismo, dunque, appare come un gioco agli occhi dei bulli.
Come se fosse un fenomeno molto semplice e chiaro, sul bullismo tutti hanno le idee chiare su come risolvere il problema. Per esempio, in internet, nei forum sul bullismo si possono leggere interventi come questi :
“ Ai nostri giovani pargoli altro che merendine e play station; carne cruda e scudisciate col nervo di bue...”
“La colpa è della televisione che distrugge la capacità cerebrale di sapere ciò che è meglio da ciò che è peggio […] il bambino vuole sempre di più, e dopo che ha tutti i beni materiali che desidera decide di mettere sotto il compagno più debole. Ci vorrebbero più schiaffi e meno cellulari.”
“Mi rincresce molto dover sostenere una tesi del genere, ma credo che si dovrebbe ritornare alle care vecchie punizioni di una volta: bacchettate sulle mani, in ginocchio sui ceci, e roba del genere.”
“ I buoni metodi antichi sono sempre migliori di tutte le fandonie che raccontano gli psicologi infantili.
“ Violenza nelle scuole: quali soluzioni? Il lavoro in miniera! Pene severe ci vogliono, ma non solo per questi balordi anche i genitori andrebbero puniti , perché i genitori come principio hanno il sacrosanto dovere di insegnare ai propri figli a rispettare il prossimo e non ci sono scusanti che tengano.
“Creare una classe bullista e metterli tutti lì. Lezione affidata a maestro super bullo. Riprendere con videotelefonino e farlo vedere ai non bulli.”
Alla violenza dei bulli si risponde con la violenza.
Li abituiamo ad assistere alla violenza e a giocare a videogiochi violenti e poi ci stupiamo se considerano la violenza "un gioco" o “uno scherzo” .
E’ come se addestrassimo ai combattimenti dei pitbull e poi li picchiassimo perché sono diventati aggressivi.

mercoledì 11 maggio 2011

FESTEGGIO il POST n° 200!

Cari amici, festeggio il 200° post e le 17.000 visite!
Grazie :-)

Il corpo delle donne è un oggetto (più di prima). 200°

Negli anni Settanta i ragazzi passavano pomeriggi interi a parlare della vergogna della donna oggetto. E a pensarci adesso viene da morir dal ridere, perché la donna oggetto di allora non era niente in confronto alla donna oggetto che ci avrebbero preparato gli anni Ottanta, Novanta, fino ad oggi. Allora la donna oggetto era la donnina di casa, quella che lavava e stirava per il marito che, tornando a casa, voleva “trovare pronto” (pronta lei e pronto in tavola); la donna alla quale veniva impedito di lavorare perché doveva occuparsi della casa. Una donna che a quarant’anni o anche meno, negli anni Quaranta o Cinquanta, si vestiva di nero, “si faceva il ciuffo basso”, come si diceva allora, ed era vecchia. Era nonna. Ma era anche una donna considerata la regina della casa. Quella della quale il marito diceva “Le presento la mia signora”. Per carità, non è certo una donna da invidiare. Abbiamo combattuto, negli anni Settanta, per cambiare le cose e c’eravamo riusciti, un po’. Qualcosa sembrava effettivamente cambiato. Ma oggi, di nuovo, non c’è davvero da stare allegri: la donna appare più che mai oggetto. Almeno quella presentata dai media. Quella della realtà, invece, ha preso una bella fregatura : si occupa ancora della casa, dei figli e delle faccende molto più del marito, e in più lavora, spesso dalla mattina alla sera, perché altrimenti non ha la libertà di uno stipendio suo. Adesso porta anche lei le valigie, apre la porta all’uomo, paga il ristorante, rimane in piedi sull’autobus, perché l’uomo le dice “avete voluto la parità”.
La donna viene mostrata in televisione sempre allegramente sculettante, come velina, letterina, ballerina, al servizio di uomini bellocci (o neppure bellocci), che addirittura, in alcuni programmi scelgono una donna come sposa perfetta o come compagna di vacanza, seduti in poltrone/trono, mentre loro, le donne emancipate, si danno da fare in umilianti spettacolini. Oggi può esistere un programma in cui si oppongono, in un giochetto televisivo, le “pupa”, presentata come bella, ignorante (da ammirare) e il “secchione”, presentato come intelligente e bruttino (da compatire). La “pupa” per esempio, è una ragazza che non legge perché, dichiara “la carta mi sporca le mani e me le secca”; una che nel suo curriculum vanta una partecipazione a “Uomini e donne” in qualità di corteggiatrice. Una per cui “la cultura è una cosa per vecchi e le mostre hanno ‘Troppe cose esposte senza senso’”, che non crede che ”Sapere qualcosa di tutto aiuti più di tanto”. Una che per lo stesso motivo non si informa, tanto: ”Se succede qualcosa di grave me ne accorgo, perché sento i vecchietti parlarne alla fermata del bus o c’è mia mamma che lo racconta”. La “pupa” non potrebbe mai fare a meno di “tacchi e specchi” e come “compagna di shopping” vorrebbe una carta di credito illimitata; è una “ragazza determinata che nella vita ha un obiettivo: ‘Conquistare chiunque, indipendentemente dal fatto che mi piaccia o meno’”. Il “secchione, è uno che, per esempio, dichiara che “non ha mai baciato una ragazza e non ama uscire” o perché “ dopo cena gli viene sonno, e non guarda nemmeno la televisione, tanto che non ce l’ha!”; un ragazzo che viene definito “perfezionista e presuntuoso, che prende in giro coloro che hanno una cultura inferiore alla sua.” Oppure “Distaccato, risultando arrogante, freddo o burbero”. Un ragazzo che “non ama la vita mondana e le discoteche, che definisce luoghi in cui ’ Si balla in maniera convulsa e dove non si possono scambiare neppure quattro chiacchiere’”. Uno che “compra vestiti: ’Una o due volte l’anno’, sempre senza andare oltre gli scaffali di jeans e magliette”.
La donna, per certi uomini, è una escort da regalare agli amici. Un corpo da mostrare ai colleghi e ai compagni di merende, da usare e da gettare, ridendo; la donna è una bambola di carne e ossa da trattare da puttana e da denigrare perché si comporta da puttana. E l’operazione sputtanamento è stata così ben pubblicizzata che ci sono madri e padri che sarebbero fieri di dare il corpo delle loro figlie in pasto a vecchi ricchi.

Ogni volta che il corpo di una donna viene trattato così dovremmo infuriarci.
Gli uomini che offendono le donne considerandole soltanto corpi usa e getta, offendono tutte noi.

martedì 10 maggio 2011

Come i genitori vedono gli insegnanti. 199°

Nella Scuola di oggi il genitore, troppo spesso, vede l’insegnante come un poveraccio, se va bene. Gli insegnanti se ne rendono conto ogni giorno. E non è bello, credetemi. Ma bisogna riflettere bene su questo concetto e chiedersi, come insegnanti, ma soprattutto come genitori, chi la paga. La risposta è chiara: la paga il ragazzo, che non ha più nessun motivo per accettare la fatica. Non era più facile, infatti, un tempo, accettare le difficoltà dello studio, avendo la certezza (giusta o sbagliata che fosse) che provenivano da chi stava facendo il nostro bene?
Chi ha occasione di aspettare un bambino all’uscita di una scuola può scoprire un mondo interessantissimo: il mondo dei commenti dei genitori sugli insegnanti. Anche se a qualcuno dispiace leggerle, è importante citare le parole volgari in modo cha appaiano, non attenuate da asterischi, in tutta la loro volgarità. Ecco le scenette alle quali si può assistere: bambino che esce, sbattendo lo zaino ai piedi della mamma: “La maestra mi ha dato un’altra nota!”. Mammina: “Ma che cazzo vuole quella lì da te? Ora mi ha proprio rotto. Vieni un po’ con me che andiamo a sentire!”.
Bambina: “La maestra ha detto che non possiamo bere l’acqua della bottiglietta e vuole che beviamo quella del rubinetto”. Mamma, mentre le toglie lo zainetto dalle spalle”: “Ma, scusa, a lei cosa gliene frega di che acqua bevi tu? Sarò padrona o no, di decidere io, che sono la mamma, che acqua deve bere mia figlia?”.
Ragazzino: “Papà, non posso fare ginnastica perché non ho le scarpe da ginnastica.” Padre: “Falla con quelle, no?” Ragazzino: “Il professore non vuole, perché si sporca la palestra.” Padre: “E tu non dirglielo, no?!”.
Ragazzino, all’uscita:”Oggi ho dieci problemi da fare”. Mamma, mentre gli toglie lo zaino dalle spalle: “Ma cos’è, scema? Ma sono tutti matti qui! Dieci problemi!”.
Padre, al ragazzo che esce in ritardo dalla scuola: “Ma dov’eri?!!”. Ragazzo: “Niente… Ero dalla preside, perché mi sono picchiato con uno”. Padre tutto rasato, eccetto il codino, tutto tatuato, gilet di pelle nera sul torso nudo. “E, va be’, ma allora sono scemi!?? Potevano avvertire! Ho visto che tutti gli altri erano già usciti! Mi sono cagato addosso!”
Questo, all’uscita di elementari e medie. All’uscita delle superiori usano queste parole direttamente i ragazzi, che ormai hanno imparato la lezione dai genitori.
Salta agli occhi, fuori dalle scuole italiane, anche questa abitudine del togliere subito lo zaino dalle spalle dei figli: è un esempio della diseducativa abitudine di togliere i pesi ai figli. Nonnine traballanti sotto il peso di zaini pesanti, mentre il bambinone in carne e giovanile baldanza cammina davanti, libero di mangiare i suoi trenta centimetri di pizza, che non possono aspettare fino a casa.
Che cosa può fare la Scuola per i figli dei genitori che a casa diseducano invece di educare? Di quelli che a casa insegnano il contrario di quello viene insegnato a scuola? E, soprattutto: gli insegnanti devono, o no, cercare di fare qualcosa per i figli di quei genitori? Se quei ragazzi e quei bambini a scuola si comportano male è colpa loro? La società ha interesse che la Scuola cerchi di recuperare in loro i comportamenti corretti o è meglio lasciarli al loro destino, come vorrebbero gli altri genitori? Gli altri genitori, quelli che educano i loro figli ad essere rispettosi e onesti, pretendono che gli insegnanti chiamino i genitori dei ragazzi difficili e dicano loro di educarli meglio.
Ma non sanno che quei genitori, di solito, non vengono al colloquio, neanche se chiamati.

domenica 8 maggio 2011

“Che cosa sono e a che cosa servono le prove INVALSI?”. 197°

“Che cosa sono e a che cosa servono le prove INVALSI?”.
Ce lo chiedono i genitori quando vengono a conoscenza del fatto che i risultati influiranno sul voto finale.
Non vi annoierò con spiegazioni tecniche. Dico solo che le prove INVALSI sono test preparati dall’INVALSI ( che è l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell'Istruzione) che dovrebbero servire, nelle intenzioni del ministero della Pubblica Istruzione (dell’idea dobbiamo ringraziare l'allora ministro Moratti), per valutare il livello di preparazione degli alunni italiani, in Italiano e Matematica.
Non voglio essere troppo dura, e perciò mi limiterò a dire che secondo me sono assurdamente difficili, che non misurano nulla, che sono un enorme spreco di denaro, tempo e fatica e che sono con tutta evidenza redatte da chi, non solo non ha mai insegnato né alle elementari né alle medie ( almeno lo spero, perché se così non fosse sarebbe ancora più grave), e vuole proprio che emerga che le scuole pubbliche sfornano incompetenti perché il personale è incompetente. Per non parlare degli errori nei test somministrati.
Spero di aver risposto in modo sintetico.
Ci risuonano ancora le parole del Ministro Gelmini (come è usanza, poi smentite o almeno cambiate): “Nel Sud alcune scuole abbassano la qualità della scuola italiana. In Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata organizzeremo corsi intensivi per gli insegnanti". Le ho trovate davvero molto offensive, e mi hanno lasciato perplessa conoscendo il fatto che il Ministro, a suo tempo, ha approfittato della manica larga del Sud.
Prima di tutto: si può davvero misurare il livello di competenza degli studenti italiani? Ho i miei dubbi. Come faccio a misurare una competenza se non è chiaro a nessuno quali sono le competenze richieste valide per tutti? Non è che sia così ovvio stabilire quali sono le competenze necessarie oggi per la vita e per il lavoro. Se lo fosse, si potrebbe studiare solo quello e saluti a tutti. Forse lo era ai tempi in cui o facevi il contadino (e non studiavi) o facevi l’impiegato o il professionista e potevi individuare più facilmente le competenze necessarie. I test misurano le competenze attraverso test che secondo me non servono. Non è detto che la mia idea sia giusta. Ma il problema è che non è detto che sia giusta la loro idea. Dopo tanti anni di insegnamento qualcosa dovremmo poter dire anche noi, no? Insomma la scelta di quello che viene misurato e il modo di misurare sono molto discutibili.
Sarebbe come se, esaminando delle piante di diverso tipo, di diversa provenienza e di caratteristiche diverse, ne misurassi l’altezza per stabilire chi ha l’altezza giusta e se sono cresciute in modo corretto. Ma qual è l’altezza giusta? In base a che cosa decido se è cresciuta bene, se non so quanto era alta quando è stata consegnata al giardiniere? Che valore ha il riscontrare che alcune sono basse e altre sono alte, se non tengo conto anche della grandine che è caduta su queste e su quelle no? Se non viene consegnata a tutti i giardinieri la stessa quantità di terra, di humus, di fertilizzanti, di acqua, in base a che cosa si afferma che “alcuni giardinieri abbassano la qualità delle piante italiane”? Se certe piante non hanno terreno fertile, non hanno acqua e non hanno sole, è ovvio che non possono crescere bene. Non possiamo diversificare tutto, dire che ogni pianta deve essere curata in modo individuale, e poi volere che tutto si uniformi a non si sa che cosa.
Le scuole sono così. I ragazzi sono le piante e gli insegnanti sono i giardinieri.
Dateci prima quello che ci serve (tempo, personale in più e classi meno numerose) e poi ne riparliamo. 

Aggiungo, per chi non avesse mai visto una prova, questa, dell'anno scolastico 2009 2010, per la terza media:
http://www.invalsi.it/EsamiDiStato0910/documenti/Fascicolo_Italiano.pdf
Provate a farle. Entro un'ora e quindici minuti esatti.

venerdì 6 maggio 2011

È la Festa della mamma (anche delle mamme che non ci sono più). 196°

Quando ero piccola, per la Festa della Mamma, la maestra mi faceva fare un disegno con cuori e rose, dichiarazioni di amore filiale e la promessa di essere ubbidiente.
Poi, da adolescente, facevo qualcosa con le mie mani: una presina, una scatolina decorata, un quadretto. E un bel bigliettino che prendevo in cartoleria, di quelli con il disegno di un coniglietto con su scrittto “ti voglio bene, mamma”. Mio padre mi dava i soldi e comperavo anche un mazzo di fiori, che poi le regalava lui.
Da giovane le portavo un regalino – qualcosa per la casa, o una crema per le mani o un profumo - accompagnato da un bigliettino in cui scrivevo “Tanti auguri, mamma!”
Quando sono diventata anch’io una mamma, ci facevamo gli auguri a vicenda, e lei era sicura che finalmente avevo capito che cosa significava essere mamma.
Poi mia mamma è diventata vecchia e ogni anno le facevo qualcosa che le piaceva in quel momento. Nell’ultimo anno della sua vita le ho regalato un bellissimo carillon, di quelli un po’ kitsch con la scatolina nera e la ballerina che gira, perché i suoi gusti si erano molto semplificati, e sapevo che le sarebbe piaciuto.
Adesso che mia mamma non c’è più, ogni anno, per la festa della mamma, prendo la sua foto, la metto di fronte a me, sulla scrivania, e le dico qualcosa così:
“Cara mamma, è la tua festa. Ti faccio tanti auguri, ovunque tu sia.
Mi sembra ancora così strano sapere che tu sei via e non so dove sei.
Se tu fossi qui, ti porterei un bel mazzo di piccole rose bianche, di gerbere arancioni e di fresie gialle, bianche, blu e rosse. Poi ce ne andremmo a spasso e ti porterei in un bel caffè all’aperto. Tu potresti prendere un gelato nocciola e panna e io un caffè macchiato in tazza grande. Staremmo così, tu ed io, a guardare la gente che passa, come facevamo sempre.
Ti racconterei le ultime novità, tu mi daresti i tuoi consigli di mamma e io li ascolterei paziente, anche senza condividerli. Poi scherzeremmo un po’ su qualcuno che passa, come quando eravamo molto più giovani, tu ed io, e ci piaceva ridere di qualsiasi cosa.
Poi ti riporterei a casa e direi 'A domani, mamma'. Tu mi diresti, come sempre, 'Vai a fare da mangiare che non devi fare aspettare tuo marito e tuo figlio.' Tanti auguri, mamma. Ti voglio tanto bene.”
È la festa delle mamme, anche delle mamme che non ci sono più.

giovedì 5 maggio 2011

Dire che i bambini sono viziati è poco. 195°

Ciò che sta accadendo nella Scuola (che ha cominciato ad accadere in maniera più decisa da una decina d'anni) è il frutto di gravi problemi sociali e culturali.
Dire che oggi i bambini sono viziati è poco. Le famiglie, nonni e bisnonni compresi, fanno a gara a chi accontenta di più i bambini.
Come se fossero eterne bambine che giocano con le bambole, mamme e nonne si divertono a comperare scarpine mignon a bambini che ancora non camminano, come se fossero bambolotti da vestire come Barbie o Ken, e le pagano come scarpe da adulti, ben sapendo che dopo venti giorni non andranno più bene.
Alcune si sacrificano e fanno economia sull’alimentazione per comperare, a prezzi assurdi, jeans per bambini di quattro mesi o una giacchettina di montone con tanto di bavero di pelliccia (finta) per il nipotino di due anni. Padri orgogliosi comperano giacchettine di pelle, costosissimi completini da pilota della Ferrari a bambini di due anni.
Non vengono rimproverati se urlano, se pestano i piedi, se lanciano oggetti.
Se non vogliono scendere dalla giostra non devono neanche protestare, perché il genitore o il nonno si è già precipitato a comperare altri gettoni.
I bambini che oggi hanno la macchinina, a diciotto anni avranno la macchina, freschissimi di patente. Certo, non tutti. Ma quelli che non rientrano in questa casistica soffriranno perché si sentiranno dei diversi.
I genitori che scelgono di non viziare i figli spesso si trovano dei figli emarginati dagli altri e quindi infelici.

mercoledì 4 maggio 2011

“Non si può” e “No, non lo puoi avere”. 194°

Moltissimi ragazzi non hanno mai sentito a casa l’espressione “Non si può” e neppure “No, non lo puoi avere”. Crescono pensando che le uniche espressioni giuste siano: “Se lo vuoi te lo do” e “Certo che lo puoi fare, chi te lo impedisce?”. Non acquisiscono perciò la capacità di sopportare la frustrazione del “no”, del “non lo puoi avere”.
Se i ragazzi vengono abituati a non trovarsi mai, o quasi, a dover rinunciare a qualcosa, a non essere, a non avere e a non possedere, finisce che non contemplano neppure l’eventualità di non ottenere – e subito – quello che vogliono.
I genitori tolgono loro tutte le difficoltà e gli ostacoli che li possono privare di quello che vogliono. I ragazzi si formano l’idea che tutto sia loro dovuto, tanto che raramente sanno provare ed esprime regratitudine.
Questa incapacità di accettare la frustrazione crea grossi problemi quando si tratta di seguire le regole della convivenza sociale. Per esempio può avere effetti disastrosi, a volte, quando una ragazza dice loro “No, non ti voglio” o “Non ti voglio più”.
Non parliamo delle conseguenze in ambito scolastico, dal punto di vista sia didattico che disciplinare. Si possono riassumere in tre concetti: faccio quello che voglio, non devo faticare, ma devo essere comunque promosso.
È difficile, poi, che il genere di genitore che educa al “hai il diritto di fare il tuo comodo”, sia di appoggio alla Scuola. Anzi.
Più precisamente: gli insegnanti notano sempre più spesso genitori assenti, che non vengono a parlare con loro neppure se vengono invitati a un colloquio con lettera raccomandata; notano che i figli rimangono soli per molte ore, liberi di fare quello che possono (o vogliono); ma contemporaneamente, constatano che quei genitori diventano sempre presenti, quando devono difendere i diritti loro e quelli dei figli, anche quando di diritti non si tratta. I genitori non concedono quasi mai all’insegnante il diritto di rimproverare i loro figli.
Naturalmente, non tutti i genitori sono così. E neanche tutti i ragazzi.
Ma il loro numero è molto superiore a quello che si crede.

domenica 1 maggio 2011

AVVISO a chi mi scrive in privato e sul blog

Per favore, se vedete che non vi rispondo, scrivetemi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio. Grazie!

Beato chi può festeggiare il Primo Maggio. 193°

Questo Primo maggio accomuna la beatificazione del papa Giovanni Paolo II, nato Karol Józef Wojtyła (per chi volesse sapere, finalmente come si pronuncia esattamente, può impararlo qui:" http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/ae/Pl-Karol_J%C3%B3zef_Wojty%C5%82a.ogg") e la Festa dei Lavoratori.
“Beato” significa “pienamente contento, felice”.
Sicuramente papa Wojtyła sarà pienamente contento di essere già stato proclamato “beato”, e che la sua beatificazione venga annunciata “Urbi et Orbi” e festeggiata in tutto il mondo. Del resto sarebbe stato poco rispettoso fare aspettare proprio lui che ha proclamato 482 santi e 1341 beati.
Invece vorrei riflettere un attimo sulla parola “beato” nell’uso comune.
Quando si dice “beato lui”, significa che c’è qualcuno che ha quello che tu non hai. Per un papa può andarmi bene, ma per noi persone comuni no.
Beato quello che mangia tutti i giorni.
Beato quello che ha una casa nella quale tornare.
Beato chi ha la possibilità di realizzare i sogni, anche soltanto quelli piccoli.
Soprattutto, beato chi può festeggiare il Primo Maggio perché ha un lavoro.
Mi domando come vivono il Primo Maggio quelli che non lavorano e sono disperati perché non sanno come affrontare il futuro. Senza lavoro, che cosa si può fare? Non si sa neppure con quali soldi si comprerà il pane o il dentifricio.
Se “l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, significa che i non lavoratori ne sono esclusi?
Voglio festeggiare il Primo Maggio pensando ai disoccupati, alle loro famiglie e alle loro sofferenze.

La monarchia in Italia è stata abolita?. 192°

Credevo che la monarchia in Italia fosse stata abolita con il referendum del 2 giugno 1946.
Pare che io mi sia sbagliata. La monarchia è stata abolita solo sulla carta. In realtà è viva e abbastanza vegeta. La diretta sul “matrimonio del secolo” (ma non è appena cominciato, il secolo?) è stata il trionfo della monarchia anche in Italia. Sì, lo so che si parlava della monarchia inglese, ma le vicende della “famiglia reale” (come suona bene “famiglia reale”) e dei mille e novecento invitati e del milione di persone per le strade e dei due miliardi incollati alle televisioni di tutto il mondo sono state vivisezionate e raccontate dai cronisti, dai commentatori “esperti di famiglie reali” e di bon ton, come se dovessimo inchinarci tutti alle Loro Maestà, colmi di ammirazione.
Non critico gli stranieri, tutti, se adorano la monarchia: hanno altre storie. Mi lascia sbigottita il fatto che gli italiani si interessino tanto alla nobiltà.
Ora, se è vero che la televisione si può spegnere, che i reportage fotografici si possono ignorare, che i servizi sulla carta stampata si possono non leggere, è anche vero che ci è stato impossibile non incappare nelle immagini del matrimonio, dei cappellini delle dame, dei frac, del servizio sul matrimonio di Lady Diana, dei confronti fra Kate (ora Princess Catherine, proprio come la nuova Barbie) e Grace di Monaco, sui commenti dei nobili invitati, o sugli applausi della folla festante.
Sinceramente, anche se tutto sommato il giovane William ha la mia simpatia (solo perché ha perso la mamma da ragazzo), mi sarebbero bastati e avanzati dieci minuti di riprese del matrimonio, per appagare la mia curiosità.
Perché questa overdose di monarchia in Italia? Evidentemente agli italiani piace (anche se in realtà non hanno nulla da spartire con il popolo inglese). Perché?
Credo che i gusti degli italiani siano fortemente pilotati. In questo periodo chi detiene il potere mediatico (e non solo quello) mira a ricreare quell’incantevole atmosfera ante guerra in cui i poveri, i lavoratori, andavano fuori dai teatri ad ammirare le signore vestite elegantemente, o fuori dai caffè ad invidiare i ricchi seduti ai tavoli che sorseggiavano un tè con pasticcini. Era tanto facile tenere a bada i poveracci, allora. Poi hanno alzato un po’ troppo la cresta e hanno cominciato a voler dire la loro. Grazie a Dio, però, adesso i “signori” hanno ripreso il potere politico (e anche quello mediatico) e stanno facendo tornare tutto com’era prima. Perciò, anche se non si dice più “avanti Savoia”, (dei Savoia non gliene importa nulla, in realtà) si fa di tutto per propinarceli, in modo che ricominciamo ad ammirare i nobili. Ce li propinano perfino in televisione. Ci propinano conti, principesse, principi e principini: ce li fanno ammirare e considerare di rango elevato, “signori” da invidiare. Ritorniamo al medioevo. Perfino chi è ricco non potrà sentirsi più all’altezza dei nobili. Forse si ricomincerà a comperare i titoli nobiliari (che erano stati aboliti o no?).
E la gente, noi poveri italiani, tentenniamo fra il disgusto verso la volgarità imperante e la disonestà diffusa, e la speranza di un mondo migliore, quello (pilotato) delle favole, dove i principi sposano le principesse.
E tutti vissero felici e contenti.

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