La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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venerdì 28 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Seconda parte. 444° post

Che cosa vogliono gli insegnanti.
Soprattutto: che cosa NON vogliono.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare delle 18 ore.
E neanche delle vacanze estive.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare di un aumento delle ore di lezione.

Sono decenni che facciamo conti per dimostrare ad amici e parenti che no, non lavoriamo 18 ore, che quelle sono soltanto le ore di lezione in classe, ma ci sono poi tanti altri impegni: la correzione dei compiti, le riunioni, i ricevimenti, e giù un patetico elenco che non convince nessuno perché proprio nel momento in cui ci mettiamo a farlo dimostriamo che dobbiamo scusarci e giustificarci perché in realtà, evidentemente, sono tutte balle.
Ora basta.
Ho già scritto altre volte qualcosa su questo argomento. 
Ma ora sono veramente arrabbiata. Il pensiero che qualcuno possa tornare all'attacco aumentando le ore di lavoro in classe mi spinge a gridare, di nuovo, RIBELLIAMOCI!
Per farlo dobbiamo seguire una scaletta.
1. capire che non abbiamo niente da farci perdonare. Molti insegnanti, a forza di sentirsi dire che lavorano 18 ore e che hanno tre mesi di vacanze hanno finito per crederci anche loro.
Allora: facciamo il conto. Ma non per dirlo agli altri (bisogna smettere di giustificarci). Per capirlo bene noi. Chiedetevi quante ore lavorate in classe, quante a scuola e quante a casa. Lasciate perdere le vacanze, che sono un discorso a parte, che farò.
Fate il conto, e alla fine calcolate quanto prendete all'ora.
L'insegnamento in cattedra è, di solito, di 18 ore. (Alla scuola primaria le ore settimanali sono 24. Bisognerebbe ridurle a 18, perché è vero che il tipo di insegnamento è diverso, ma bisogna dire che il livello di attenzione necessario, vista l'età dei bambini, è superiore.)
Ho chiesto ai miei amici di facebook, insegnanti, di fare un calcolo. 
Ne trascrivo qualcuno.
Mi chiamo Sara, ho iniziato ad insegnare nell'a.s. 2001-2002 e sono entrata di ruolo nell'a.s. 2007-2008. Insegno matematica e scienze alla scuola media. Prendo 1517.20 euro al netto al mese. Oltre alle 18 ore frontali settimanali (18 x 4=72 ore al mese), c'è l'ora di ricevimento, quindi arriviamo a 76; 3 ore al giorno a casa per preparare le verifiche, correggerle e preparare le lezioni, cioè 60 ore al mese; facciamo in media 40 ore al mese tra riunioni, consigli di classe, collegi, aggiornamenti, potenziamento e recupero.....Direi 176 ore al mese, cioè 44 ore alla settimana. Circa 8 euro all’ora.

DOCENTE DI SCUOLA PRIMARIA
FASCIA 15
Stipendio mensile 1.431 €
Lezione 726
Correzione quaderni e verifiche 230
Preparazione lezioni per la classe 130
Studio individuale 80
Programmazione settimanale in team 66
Individualizzazione per stranieri e bes 40
Registri 30
PEI e PDP 30
Aggiornamento 30
Schede di valutazione 20
Colloqui genitori 18
Interclasse 10
Collegio docenti 10
Lettura circolari 10
Gestione laboratori 10
ASL 8
Viaggi d'istruzione - organizzazione e accompagnamento extra orario 8
Stesura progetti 8
Assemblee di classe e verbali 7
Invalsi 7
Manifestazioni 6
Continuità 6
Stesura orario 4
Stesura piano annuale 4
Incontri disciplinari 5
totale ore annuali 1503
A CASA
A SCUOLA
IN TRASFERTA


36 ore a settimana, per un compenso di circa 9,50 euro all'ora

Sono di ruolo da 22 anni, insegno alla secondaria di primo grado. Stipendio dopo lo scatto appena avvenuto (sempre che non se lo riprendano...): 1.800 €. Quello delle ore non è un calcolo semplice, dato che i nostri impegni variano nel corso dell'anno scolastico, ma provo a fare una media: 191 ore mensili così distribuite: 81 di insegnamento in classe; almeno 90 di preparazione lezioni (compresi il reperimento e la produzione di risorse multimediali), preparazione verifiche (anche per BES e DSA), correzione degli elaborati; 3 ore mediamente di ricevimento; 8 ore contrattuali di impegni collegiali(ho diviso le 80 per 10 mesi); 2 ore per programmazioni iniziali (anche PDP) e relazioni finali (20 ore annuali diviso 10 mesi). Per difetto: almeno 2 ore per corsi di aggiornamento. Totale : 191 ore, al mese; 47,5 ore alla settimana. ossia 9,42 € all'ora.

Insegnante di scuola primaria in una classe quinta a tempo pieno. 24 ore settimanali, (22 di lezione e 2 di programmazione che servono sempre per l'organizzazione interna e non usiamo mai per programmare); tre ore al giorno, di media, a casa, per correzioni, preparazione delle lezioni e registrazione dati sul registro elettronico (a scuola manca spesso la connessione). Tra incontri con i genitori, collegi, interclassi, aggiornamenti, commissioni, ecc... sono 6 ore al mese di media. 44 ore alla settimana.

Allora bisogna che venga chiarito il nostro orario di lavoro: quante ore lavoriamo? come mai si continua a pensare che gli insegnanti lavorano 18 ore? come mai lo pensano anche i ministri?
Vogliamo che Renzi e i ministri smettano di dire “Gli insegnanti lavorano 18 ore”. Bisogna che si scriva “Cattedra di 36 ore, con 18 ore di lezione in classe”. Fare ogni settimana lezione per più di 18 ore è una follia.
C'è qualcuno che dice che gli insegnanti dovrebbero lavorare 36 ore: noi affermiamo che lavoriamo più di 36 ore; come mai non veniamo creduti?
Per convincere tutti dovremmo lavorare a scuola, evidentemente. Benissimo! Ci piacerebbe molto togliere da casa nostra i libri che ci servono per preparare le lezioni per averli disposizione a scuola, in modo da lavorare lì. Ma la domanda è: dove ci mettiamo?
La scuola non è stata costruita perché gli insegnanti restassero a scuola. Chiediamo che tutte le scuole d'Italia vengano ristrutturate in modo che ognuno di noi abbia uno spazio dove lavorare tranquillamente come a casa, con un suo armadio, una sua scrivania, un suo telefono, un suo computer, una sua stampante.  E se tutto questo non c'è, che cosa volete da noi? 
Penso che basti. Ricordatevelo, quando qualcuno vi dice che lavorate 18 ore. E non giustificatevi più.

Continua….

giovedì 27 febbraio 2014

INTERVISTA su CADO in PIEDI. 443° post

CADO IN PIEDI MI HA INTERVISTATO.
Ecco l'intervista.
Dire tante cose in poche righe è molto difficile. Spero di essere riuscita ad essere chiara :-)

RENZI? "TORNA A SCUOLA DAVVERO"

di Redazione Cadoinpiedi.it - 27 febbraio 2014

Lo ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013). Perché anche se la riforma della pubblica istruzione è una delle priorità del nuovo Governo, gli insegnanti sono scettici. “Il premier non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano”, ha sottolineato Milani.

RENZI?

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Redazione Cadoinpiedi.itRipartire dalla scuola. Nel suo intervento programmatico, in aula al Senato per chiedere al fiducia, Matteo Renzi l'ha detto chiaro e tondo: bisogna ripensare alla scuola, ridare dignità al ruolo degli insegnanti, dedicare attenzione all'edilizia scolastica. Del resto il premier ha una testimonianza diretta di quella realtà: la moglie Agnese è infatti professoressa in un liceo scientifico di Pontassieve. E non è un caso che la sua prima uscita pubblica da premier sia stata proprio in una scuola a Treviso il 26 febbraio scorso.
Nelle aule, milioni di studenti, insegnanti e collaboratori attendono con ansia di vedere cosa farà il nuovo governo. Di scuola si parla sempre, con risultati altalenanti. "Renzi non ha detto di più di quello che dicono tutti quando si insediano", ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L'arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013).

DOMANDA: Il premier ha detto di voler intraprendere un tour delle scuole italiane. Cosa ne pensa?
RISPOSTA: Mi pare una cosa solo simbolica. Bisognerebbe farlo davvero, invece.

D: Cosa si aspetta da un governo che mette tra le sue priorità la scuola?
R: Sinceramente Renzi non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano. Quello che mi interessa invece è che il ministro della Pubblica Istruzione non porti avanti, tanto per dirne una, l'idea di aumentare il numero di ore di lezione in cattedra lanciata suo tempo da Mario Monti. Più di 18 ore di lezione, non si possono fare se non occasionalmente.

D: E dell'attenzione promessa all'edilizia scolastica che pensa?
R: Mi pare una chimera. Nelle scuole è difficilissimo anche solo farsi riparare una tapparella dal Comune. Si rompe, il Comune viene dopo un mese, e se nel frattempo se ne è rotta l'altra loro non la aggiustano, perché si deve rifare tutto l'iter da capo.

D: Da dove partire?
R: Noi vorremmo che si partisse dalla messa in sicurezza e dalla ristrutturazione delle scuole. Cose come tende alle finestre, gli infissi, i riscaldamenti adeguati. Si sta male nelle scuole, d'inverno fa freddo, d'estate fa caldissimo. I ragazzi sono in venticinque, trenta, in un'unica classe, con i banchi rotti, le sedie che traballano. Poi vorremmo anche che tutte le scuole fossero ristrutturate in modo da avere uno spazio per ogni insegnante con scrivania, stampante, pc, libreria. Noi vogliamo lavorare 36 ore tutte a scuola, perché ora lavoriamo di più e consumiamo la nostra roba, stampiamo a nostre spese.

D: La situazione è complicata. Quali sono a suo parere gli aspetti del sistema scolastico su cui intervenire con urgenza?
R: La scuola è come una costruzione coi cubi, se togli un cubo viene giù tutto. Alcune criticità sono relative agli insegnanti, non si ha una visione corretta del loro ruolo e del loro lavoro. Bisogna che vengano chiariti alcuni punti: qual è il nostro orario di lavoro? Dall'esterno c'è una visione negativa, Brunetta ci disse che siamo fannulloni. Ma noi mica lavoriamo 18 ore, sono 18 ore in classe e almeno 36 complessive. Eppure questa visione negativa porta al fatto che anche con tutte quelle ore di lavoro aggiuntive che facciamo - correggere i compiti la domenica o la sera tardi, ricercare materiali - siamo costretti a giustificarci.

D: In effetti le critiche sono tante.
R: Dobbiamo decidere: l'insegnamento è o no un lavoro usurante? Il ministro Carrozza ha detto di sì, e il dottor Lodolo D'oria ha passato vent'anni a studiare il problema del burnout degli insegnanti. Bisogna chiarire se nella scuola ci sono davvero degli insegnanti incapaci e poi, eventualmente, individuarli.

D: E ci sono?
R: Se ci sono come ci sono entrati? L'Università prima, e lo Stato poi li hanno dichiarati idonei e sono stati assunti. Se poi si rivelano incapaci di chi è la colpa? Io dico che ce ne sono pochissimi. E come mai, anche se individuati, non si riesce a mandarli via?

D: Arriviamo al discorso della valutazione degli insegnanti.
R: Noi siamo d'accordo sulla valutazione, ma come si stabilisce chi è capace o no? Lo decidono i genitori che vengono a dire la loro senza sapere quello che succede in classe? O gli studenti che prendono un brutto voto? Serve una valutazione esterna, ma è difficile. Vorremmo capire come il ministro prende le sue decisioni, chi ascolta. Perché non ascolta gli insegnanti che dedicano tanto attenzione alla scuola, piuttosto dei professori universitari che non ci entrano mai?

D: Che altro serve?
R: I ragazzi hanno bisogno di molto più aiuto di quello che sembra. Oggi ci troviamo tra i banchi figli di disoccupati, chi non ha soldi per i libri, chi ha situazioni difficili a casa e siamo impreparati. Per non parlare del sistema di valutazione, che senso ha dare i voti in questa situazione?

D: Come valutare allora gli studenti?
R: Noi diamo i voti come cinquant'anni fa. Gli esami, come sono oggi, finiscono per valutare principalmente i contenuti, non si riesce a valutare altre cose che i ragazzi sanno fare. Ho letto che le prove Invalsi nei prossimi tre anni costeranno 14 milioni di euro all'anno. Spendiamo tanto per una cosa che fatta così com'è non serve a nulla. La valutazione va fatta a inizio e fine di un percorso in base a quello che fa l'insegnante.

D: Qualche giorno fa si ipotizzava l'abolizione dell'esame di terza media. Che ne pensa?
R: Penso che noi insegnanti ci troviamo costretti a promuovere i ragazzi anche quando sappiamo che non sono in grado di andare alle superiori. Non possiamo fare altrimenti. Se un medico non guarisce un malato è un cattivo medico? Bisogna vedere se gli sono stati forniti gli strumenti per guarirlo. Per mettere un esame in fondo a un percorso lo Stato dovrebbe avermi fornito gli strumenti che servono per aiutare chi non ce la fa ma non ci sono le risorse necessarie. Sembra una strada senza uscita. Servirebbe piuttosto un orientamento alla fine delle medie per scegliere il percorso da seguire, ma è tutto affidato alla volontà dei singoli professori.

D: Renzi ha parlato di ridare dignità al ruolo dei docenti.
R: Se gli insegnanti venissero rispettati di più dall'opinione pubblica in generale, la gente accetterebbe la loro importanza e quindi anche il governo si sentirebbe di spendere più soldi per la scuola. L'insegnamento è un lavoro duro e usurante: per questo io penso anche che i ragazzi hanno diritto ad avere giovani come insegnanti. A 60 gli insegnanti che non se la sentono più devono essere lasciati andare in pensione. Perché a una certa età si è stanchi anche di essere entusiasti in classe. 

intervista su CADO IN PIEDI


domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Prima parte. 442° post

Gli insegnanti non hanno a che fare solo con i bambini e i ragazzi. Anche con i genitori, i nonni, gli zii. E questo rapporto con tante persone è un motivo di stress, perché gli insegnanti sono sotto gli occhi critici e a volte perfino malevoli di molte persone.
C'è sempre qualcuno che vuole venire a sentire come mai abbiamo detto o fatto qualcosa, o non detto e non fatto qualcos'altro. E tutti partono dal presupposto di sapere come e che cosa si dovrebbe insegnare. Credono che quello che viene riferito dagli alunni sia esattamente così, anche se sono bambini che hanno sette anni e hanno un vocabolario ridotto, anche se viene filtrato da un altro genitore, al quale lo ha detto un bambino vicino di casa del suo, che è nella classe vicina. E si precipitano (o vorrebbero farlo, ma non ne hanno il coraggio) a chiedere conto agli insegnanti del loro comportamento e delle loro parole.

Gli insegnanti hanno a che fare anche con Dirigenti che spesso, competenti o incompetenti che siano, non riescono a gestire la scuola che dirigono, soprattutto oggi che hanno affidato loro istituti comprensivi formati da cinque, sei, sette scuole. E capita che gli insegnanti debbano subire le conseguenze di una organizzazione piena di lacune.

Gli insegnanti hanno a che fare con Ministri sempre diversi, che si inventano continuamente nuove sigle, nuovi compiti, nuovi orari,  che hanno pretese sempre nuove, e, che, contemporaneamente, tagliano fondi. E ogni nuovo Ministro distrugge quello che aveva pensato il suo predecessore, e costringe gli insegnanti a ricominciare tutto daccapo, come in un assurdo gioco in cui si cade  sempre sulla casella “Ritorna al Via!”.

Gli insegnanti sono stanchi e sono stufi, di tutto questo.

Quelli che lavorano con coscienza sono tanti. Ognuno con qualche difetto, perché ognuno lavora secondo le sue capacità, come capita in tutti i settori. È ora di smetterla di fare di ogni erba un fascio, e di trattare tutti come incompetenti da chi non sa che cosa significa insegnare, da chi non capisce niente di didattica, ma esprime comunque dei giudizi sulla didattica o da chi è prevenuto perché ha avuto un rapporto conflittuale con un insegnante e odia tutta la categoria.

Gli insegnanti vogliono essere lasciati lavorare.

I nostri interlocutori principali devono essere gli alunni. Genitori, nonni, zii, devono stare un po’ meno addosso, dietro alla striscia gialla, come nelle farmacie. Per rispettare il nostro lavoro e quello che facciamo per i bambini e i ragazzi. Il controllo del nostro operato deve essere compito del Dirigente, non delle nonne e dello zio. La didattica la decidiamo noi. I genitori devono capire che l’insegnamento è il nostro lavoro e che quindi siamo noi quelli che sanno come si deve insegnare, non loro. Devono essere meno prevenuti verso gli insegnanti, perché, anche se esiste qualche insegnante incompetente e fannullone, non significa che sia proprio quello del loro figlio.
Gli insegnanti vogliono che i Dirigenti facciano il loro lavoro e si diano da fare per aiutarli a trovare una soluzioni ai problemi che sorgono. Vogliono che i Dirigenti lavorino insieme a loro.
Gli insegnanti vogliono che i Ministri la smettano di cambiare continuamente le carte in tavola; che la smettano di inventare nuove sigle, di suggerire nuovi percorsi didattici, di cambiare programmi di studio, sistemi di valutazione, orari; vogliono che i Ministri (e i governi) la smettano di operare tagli, che rispettino gli insegnanti e gli alunni e – soprattutto-  che investano sulla Scuola.
Gli insegnanti vogliono che tutti – persone comuni e Ministri- capiscano che le vacanze estive, per loro, più che una vacanza, sono una convalescenza, come dice il dottor Vittorio Lodolo D’Oria.
Gli insegnanti precari vogliono avere un posto di lavoro, e smetterla con la gavetta.  
Gli insegnanti di ruolo vogliono essere lasciati andare in pensione, se non ce la fanno più. E comunque nessuno dovrebbe essere lasciato in cattedra dopo i sessant'anni, perché i bambini e i ragazzi hanno diritto ad avere insegnanti giovani, più vicini a loro come mentalità, e non ancora stanchi e usurati.


giovedì 13 febbraio 2014

Non sempre il quieto vivere è una bella cosa. 441° post.


Sono fermamente convinta del fatto che la discussione e anche il litigio costruttivo siano alla base di rapporti sereni. Nei rapporti di lavoro come in quelli d’amore. Un matrimonio dove, al momento opportuno, si fa una bella litigata probabilmente dura di più di uno all'interno del quale si nascondono i problemi e si soffocano le conflittualità: prima o poi qualcosa esplode.
Il problema è che spesso, nelle Scuole, questa sana discussione non c’è. La maggioranza agisce istintivamente, e reagisce rare volte aggredendo o – molto più spesso – criticando alle spalle. Non è diplomazia. È una fuga dalle situazioni difficili.
Per risolvere le criticità nel migliore dei modi non si cerca il confronto: si litiga o si critica, ciascuno pensando di essere nel giusto, anche senza conoscere davvero l’opinione e le ragioni dell’altro. Ognuno si comporta come se fosse solo, e pretende di fare quello che ritiene più opportuno, come se l’insegnamento non fosse (come invece deve essere) un lavoro di equipe, basato su obiettivi comuni condivisi, ma un percorso a vasche parallele.
I problemi nascono, nelle Scuole, quando si scontrano visioni della Scuola differenti. Per ogni classe c’è un gruppo di insegnanti: piccolo alle elementari, più grande alle medie e alle superiori. Ma la sostanza non cambia. Sembra logico che, al di là delle differenze di metodo e di materia, insegnando tutti agli stessi alunni, dovremmo presentarci davanti a loro con la stessa idea di Scuola. Ma per molti non è così. Capita che uno lasci perdere quello che un altro trova gravissimo; uno insegni il rispetto della puntualità e l’altro sia sempre in ritardo; uno spieghi che non si può usare il cellulare e l’altro dica “Usatelo pure”, perché anche lui usa il cellulare in classe. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega permette ai ragazzi comportamenti vietati perché è più comodo che far rispettare le regole. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega insulta i ragazzi e lo sanno tutti benissimo. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega non ha letto la circolare ministeriale che spiega quello che bisogna fare. Questo comporta il fatto che gli altri dovranno fare anche il suo lavoro, o - peggio – che dovranno perdere tempo a spiegargli che le sue obiezioni sono prive di fondamento. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega risponde sgarbatamente ai genitori, o arriva ai ricevimenti sempre in ritardo mettendo in luce negativa la Scuola. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega accompagna la classe in palestra, o in un laboratorio, o in biblioteca (ma ci sono anche quelli che la mandano da sola) e permette che sghignazzino e che urlino, disturbando così la lezione di tutti. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
La giustificazione più comune è: “Chi sono io per dirgli qualcosa? Non posso dirgli quello che deve fare. Ci deve pensare il Dirigente!”. È vero. Ma il Dirigente è quello che può, quando è il caso, prendere dei provvedimenti disciplinari. Noi, i colleghi, se crediamo nell'importanza della Scuola, dobbiamo parlare dei problemi che ci sono, anche se il problema è il collega che non fa il suo lavoro come dovrebbe.
Se stiamo zitti, sopportiamo e tolleriamo, alla fine diventiamo complici.
Tutto rimane com'è e le criticità non hanno possibilità di essere eliminate. È un problema. 
Ma che cosa accade se qualcuno decide di parlare esprimendo apertamente il suo disappunto e le sue critiche?
Si rompe l’equilibrio del preziosissimo “quieto vivere”. Dato che i sostenitori del quieto vivere sono la grande maggioranza, metterli di fronte a dei problemi mette in discussione anche il loro comportamento rinunciatario e questo non viene preso con simpatia.
Molto meglio per loro rimanere nel faidate, nel detto non detto, nel forse, nell’”abbiamo sempre fatto così”. Basterebbe fare una riunione, esprimere lì le proprie opinioni, discutere, anche animatamente, vedere i pro e i contro, e alla fine prendere una decisione condivisa e attenercisi tutti. Ma non si fa, perché è più comodo e sicuro subire e andare avanti.
Chi parla viene criticato e fatto passare per un rompiscatole, per un litigioso. Si fa passare per “è un problema fra voi due” quello che, in realtà, è un problema di tutti. Apparentemente si criticano le ragioni della sua protesta (anche senza argomentazioni) ma in realtà si critica il fatto stesso che si permetta di protestare.
Ho ricevuto molte lettere su questo problema. Si può arrivare al mobbing. 
Tutti quelli che scelgono di parlare e di esprimere delle opinioni scomode sanno quanto è faticoso.
Chiedetevi che tipo di insegnante siete. E rifletteteci un pochino.
Personalmente credo che bisognerebbe essere più coraggiosi. Per una Scuola migliore. 
La Scuola si cambia anche dal di dentro.

mercoledì 12 febbraio 2014

Io amo discutere e perfino litigare. Ma c'è un "ma"...440° Post.

Io amo discutere, e perfino litigare, se occorre. Mi piace dibattere e spaccare il capello in quattro per cercare di arrivare a una conclusione. Mi piace confrontarmi.
Ma c'è un "ma". Non con tutti e non sempre. E spiego perché, anche se non è facile. Vediamo se ci riesco.
La parola "discutere" deriva dal latino  "discutĕre", composto di "dis-"  e "quatĕre" che significa "scuotere": nel senso di agitare, scuotere le idee, le opinioni, finché non emerge la verità. Questo è quello che mi piace. 
Ma sono convinta che per avere diritto di partecipare a una discussione bisogna avere dei requisiti: essere persone corrette ed essere preparate sull'argomento di cui si discute. Invece che cosa accade oggi? Tutti si sentono in grado di discutere di qualsiasi argomento, anche senza avere alcuna preparazione al riguardo: tutti si sentono medici, avvocati, allenatori, enologi, politici, economisti, critici e, soprattutto, esperti di didattica e psicologi. Tutti rivendicano con forza il diritto di dire la loro su qualunque argomento. Credo che la convinzione secondo la quale "ognuno ha il diritto di dire la sua, perché tutti hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni" sia il frutto di un malinteso. Manca il concetto che dovrebbe essere sottinteso "se conoscono l'argomento". La presunzione di avere sempre “voce in capitolo” (cioè di “avere autorità, credito per intervenire in una discussione o nel prendere una decisione”, come dicono i vocabolari) nasce in buona parte dai venditori di prodotti, di carta stampata, e di programmi televisivi, che hanno capito che per vendere bisogna coinvolgere i potenziali acquirenti e che il mezzo migliore per farlo consiste nel chiedere loro delle opinioni. Intervistatori fermano i passanti per chiedere "Che cosa ne pensa della riforma della Scuola?", o "secondo lei come si esce dalla crisi?", convincendo tutti che basti avere una bocca per intervenire nelle grandi questioni del mondo.
In televisione le giurie dei vari programmi comprendono spesso anche persone non competenti in materia (presentatori o attori giudicano cantanti, cuochi, ballerini), per fare in modo che gli spettatori possano identificarsi e appassionarsi. Ho visto dibattiti sulla Scuola ai quali partecipavano anche veline o cantanti. Ha senso?
Gli italiani, da qualche decennio, sono diventati tutti esperti tuttologi e offrono, senza farsi alcun problema di opportunità, opinioni e punti di vista su qualsiasi aspetto della società.
Questa presunzione generale si riflette anche sui ragazzi, che pensano che la loro opinione (per esempio su che cosa si deve studiare, su come si deve farlo, sulle interrogazioni, sui voti, su qualsiasi aspetto del mondo della scuola) abbia esattamente lo stesso valore di quella dell’insegnante. E di questo sono ancora più convinti i genitori. E perfino chi non ha nulla a che vedere con il mondo della Scuola vuole dire la sua su tutto, come se il fatto stesso di essere andati a scuola anni prima, o di conoscere qualche figlio di amici che ci va fosse sufficiente a certificarli come esperti. Qualche decennio fa chi non sapeva era consapevole della sua ignoranza e prudentemente taceva e ascoltava. Ora no.
Qualsiasi fatto politico-economico viene commentato – spesso ferocemente - da migliaia di persone. Su internet c’è il trionfo dell’insulto e della critica senza fondamento perché tutti hanno la possibilità di dire la loro, comprese e soprattutto le persone che sostengono le loro idee con la convinzione senza dubbi tipica degli ignoranti. Gente che magari non ha mai letto un libro di economia, che non conosce le problematiche che stanno dietro alle crisi economiche, spiega a tutti (anche a fior di economisti) che cosa si dovrebbe fare, basandosi su dei sentito dire, sui racconti di un cugino, sulle proprie impressioni, su idee nate sul momento.
A me piace parlare con tutti, perché da tutti si può imparare qualcosa, ma preferisco discutere solo con chi ha competenza dell’argomento. Come non mi permetterei mai di intervenire su una discussione di economia politica, vorrei che non si pretendesse di esporre opinioni critiche senza avere nessuna preparazione specifica sull'argomento “scuola”, perché, contrariamente a quello che si pensa, non bastano le impressioni. La gente entra nel merito di metodi e contenuti degli insegnanti senza sapere nulla né dei metodi né dei contenuti. E' come entrare nel merito delle scelte di un medico.
Ognuno dovrebbe esprimere le proprie opinioni liberamente sugli aspetti della realtà per giudicare i quali non occorrono competenze specifiche: in quella pizzeria si mangia bene, mi piace di più il calcio della pallacanestro, sono contrario alle corride, quel quadro mi piace e quell’altro no, quel film mi piaciuto molto, quell’altro mi ha annoiato. Bisognerebbe ripristinare il concetto che quello che non capiamo non è necessariamente da scartare e da giudicare negativamente, che “mi piace” non significa “vale” e che “non mi piace” non significa “non vale”. Bisognerebbe umilmente chiedersi, prima di intervenire in una discussione, se si hanno le competenze giuste per offrire un parere valido.
Questo blog non è un forum, perché parla di Scuola ed è aperto a tutti: ho scelto questa forma perché desidero condividere quello che ho imparato e che ho capito della Scuola. Se desidero confrontarmi entro in qualche forum di insegnanti, come quelli ai quali ho partecipato in passato con grande interesse, o leggo i commenti interessanti e imparo quello che c’è da imparare.
Nella vita quotidiana mi confronto con chi, come me, dedica molto tempo alla Scuola o ad altri argomenti interessanti. Ma fatico parecchio a sopportare di dover discutere su questioni sulle quali mi sono molto documentata, con chi pensa a quelle questioni solo in quel momento o quasi, sostenendo le sue idee con impressioni estemporanee e luoghi comuni. Allora insisto, mi arrabbio, e probabilmente vengo guardata come chi non accetta il confronto e vuole avere sempre ragione. Se, per esempio, un collega mi dice che quella della dislessia è solo una moda, io pretendo di non discutere con lui come se la sua fosse la sintesi di chissà quali studi. Credo che non meriti risposta o che meriti un semplice “Ma che cosa dici??”. E questo non significa che voglio avere sempre ragione e che non accetto il confronto.
Bisognerebbe smettere di parlare pur di parlare e prendere l’abitudine di discutere solo dopo essersi documentati. E sarebbe bene insegnarlo anche ai ragazzi, ai quali, a volte, un po’ di umiltà farebbe davvero bene.

domenica 9 febbraio 2014

"Insegnare è un’arte?", si chiede il professor Remo Ceserani.

"Insegnare è un’arte?", si chiede il professor Remo Ceserani. 
"Prendo spunto da un libro scritto da un’insegnante toscana, che è nella scuola da trent’anni, si cela dietro lo pseudonimo di Isabella Milani e gestisce un blog abbastanza frequentato. Il libro si intitola L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi, Milano, Vallardi, 2013...."


Leggere l'articolo qui.




La violenza porta violenza. E bullismo. 439° post


(foto: da La Stampa.it)

Una ragazzina di quindici anni, certa "Giovii" su facebook, picchia una sua rivale in amore, certa Sarah; il video del pestaggio finisce su facebook e poi in televisione. Ora il video non c'è più ma abbiamo fatto in tempo a guardarlo tutti. Era impressionante. 
 "Un ragazzo filma col cellulare e tra un paio di bestemmie commenta: «Dai m... che ansia, vi picchiate o no?». Poi rivolto all’amico: «Zio, saluta il Tg5». La ragazza bellicosa parte col primo calcio, la quindicenne colpita in vita risponde: «Ma sei c...?». E le arriva il secondo. Allora le dice: «Cretina, muori». La ragazza che aggredisce si carica: «M..., magari muori, adesso devi morire» e via uno schiaffo e poi un altro calcio. È adesso che la ragazza colpita comincia ad allontanarsi, cammina verso una sua amica: «Aiutami!». Viene inseguita e presa ancora a schiaffi e calci nella schiena mentre il ragazzo che filma commenta «Vai così, vai! Cattiva!».
Sul marciapiede, vicino a un cartello
 stradale, viene costretta dalla rivale ad abbassarsi a terra. Si siede e le arriva un calcio in testa. Grida «per favore aiutatemi!». Poi «ti prego ti prego», ma la ragazza le tira il cappuccio e la colpisce di nuovo. Grida. Poi non si vede più nulla." (da Repubblica Milano).

Non è la prima e non sarà l'ultima, ma questo episodio di violenza e di bullismo deve farci riflettere: come insegnanti, come genitori e comunque come adulti. 
Ragazzi e ragazze che si picchiano per la strada (per amore, per calunnie, per soldi, per rivalità di vario genere) ci sono sempre stati. La ragazza, la Giovii (con le rigorose due i che sembrano piacere tanto ai ragazzi di facebook), è una bulla, volgare, violenta. Non è lei che mi inorridisce di più, però, ma tutti i ragazzi intorno a lei. Quelli che la incitavano, come eccitati dalla violenza, e quelli che stavano a guardare senza muovere un dito. Neanche quando lei implorava aiuto. C'è qualcosa di terribile in questo, di mostruoso. La solidarietà, che dovrebbe emergere spontanea in questi casi, non esiste più. Ragazzi che dipendono dai cellulari perché considerano essenziale mantenere i contatti, davanti a una scena di questa violenza, partecipano con morbosa curiosità, senza preoccuparsi minimamente della possibilità che il pestaggio finisca in tragedia, sordi alle richieste di aiuto.
Che cosa è accaduto? Come è possibile che possano succedere episodi come questo? Dobbiamo chiedercelo. Forse tutta la violenza che ha accompagnato l'infanzia e l'adolescenza di questi ragazzi sta dando i suoi effetti? Questi episodi sono il risultato dell' assuefazione alla quale sono arrivati dopo le migliaia di ore passate davanti alle scene di violenza e di orrore della televisione, e davanti a videogiochi che consistevano nel dare pugni e calci in testa, o nell'investire i pedoni? Questi ragazzi sono diventati dei guardoni della violenza e del macabro come quelli che corrono a guardare le persone schiacciate dai treni o imprigionate nelle lamiere dell'auto (cosa che mi impressiona anche a scriverla)?
E non ci rendiamo conto di quanto è grave e impressionante questo bisogno compulsivo di fotografare e filmare tutto, di mettersi in mostra, come se la sola realtà fosse quella delle immagini condivise, tanto importanti quanto più alto è il numero di persone che le vede? 
Ma che cosa abbiamo fatto a questi ragazzi?
Perché non sono eccezioni questi ragazzi. Credo che questa scena avrebbe potuto accadere ovunque. I ragazzi sono cambiati. E non è colpa loro. Sono il risultato dei nostri errori di adulti. 
Questi sono i ragazzi ai quali i genitori hanno messo in mano un cellulare a sette anni. E adesso ci si sorprende se lo usano in modo compulsivo?
E bisognerebbe che leggessimo tutti qual è stata la risposta su facebook: una valanga di insulti. Profili fake, gruppi contro la bulla, gruppi di solidarietà a Sarah, e gruppi a sostegno di Giovii. Pieni di insulti di una violenza inaudita. Una gara a chi immagina le cose peggiori che si potrebbero fare per farla pagare a Giovii, o a Sarah, e perfino, già che ci siamo, anche "a negri e terroni".

Credo che dovremmo domandarci a che cosa porta tutta la violenza esibita attraverso i media. E la gravissima violenza verbale, fatta di insulti e minacce, urlata ogni giorno dai politici e, di conseguenza, dai loro sostenitori. I bambini e i ragazzi ci guardano. Imparano da noi.
Sono pessimista sulle possibilità di cambiare rotta in tempi brevi. Sicuramente, noi insegnanti non possiamo farcela, finché la società, tutta, non si renderà conto del pericolo che c'è dietro tutta questa violenza. 
Non ci chiedete di riparare agli errori di tutta la società.

venerdì 7 febbraio 2014

"Ci sono insegnanti felici?" 438° post

Annalaura mi scrive:


"Cara Isabella, sono una giovane prof!  Innanzitutto volevo ringraziarti per il blog, per i libri e per l'attenzione che dai a me e agli altri colleghi. Poi volevo fare un'osservazione non polemica riguardante gli argomenti trattati nel blog. Nella mia piccola esperienza ho condiviso tutte le difficoltà di cui si parla nel blog ma ho passato anche momenti molto belli con i ragazzi e con i colleghi. Tu Isabella consiglieresti ai tuoi figli di intraprendere la professione di insegnante avendo alle spalle svariati anni di esperienza? Al momento il mio lavoro mi piace molto ma sto iniziando ad avere paura per il futuro....anche perché i prof più delusi sono anche i più appassionati. Nel blog non si leggono quasi mai storie di insegnanti felici eppure io ne ho conosciuti...sarebbe bello se ogni tanto si condividessero pure storie felici e positive, noi insegnanti di tutte le età per poter trasmettere ottimismo agli alunni ne avremmo tanto bisogno. Un caro saluto! Annalaura."

Cara Annalaura, se nel blog sono presenti molto di più gli aspetti negativi dell'insegnamento è perché chi mi scrive si trova in difficoltà. E le difficoltà ci sono. Chi è "felice di insegnare" legge, ma non scrive. Hai ragione quando dici che "i prof più delusi sono anche i più appassionati". I professori più appassionati, se insegnano da molti anni, sono i più stanchi. Quelli che insegnano da molti anni senza passione sono i più annoiati. Molti giovani sono spaventati, ma, se riescono a gestire la classe sono i più contenti, perché hanno trovato un lavoro e stanno provando la gioia di trasmettere agli altri quello che sanno. E non sono ancora né frustrati né usurati né disillusi né delusi.
Ma ci sono insegnanti davvero felici? Non credo. Io sono contenta di insegnare - e credo che lo si percepisca - ma dopo più di trent'anni sono davvero stanca. E anche se ci sono molti momenti in cui provo grande entusiasmo per quello che sto insegnando; anche se provo soddisfazione quando vedo gli occhi interessati dei miei alunni, non posso dimenticare i loro problemi, il disagio in cui alcuni vivono, le loro malattie, le loro difficoltà, e anche la mia stanchezza. E non posso non provare frustrazione quando mi rendo conto - in questi anni di crisi economica e sociale sempre più spesso - che la Scuola non può aiutare più di tanto quelli che hanno bisogno di aiuto.
Mi chiedi - e non solo tu - se consiglierei ai miei figli di diventare insegnanti.
Ho scritto un post, al riguardo: "Giovani, non diventate insegnanti!".
Alla tua domanda rispondo di nuovo adesso: "No". Non oggi. La Scuola dovrebbe essere cambiata quasi completamente, per stare al passo con i tempi. Sbagliati i tempi, i modi, i contenuti; carenti e arretrati i mezzi. Gli insegnanti sono costretti a fare i salti mortali per insegnare. E - oltretutto- vengono bistrattati da tutti. 
Insegnare - lo ripeto - è meraviglioso. Tu, insegnante, puoi  insegnare ai tuoi alunni quello che serve per affrontare la vita, il lavoro, i rapporti con gli altri. Se ci sai fare, cogli nei loro occhi la luce della scoperta, l'entusiasmo che provano nel momento stesso in cui capiscono. Tu sei quello che fa scoprire loro il mondo: la funzione clorofilliana, che cos'è un vulcano, come funziona la bussola, gli effetti di un terremoto, che cos'è un nanosecondo, perché sorge il sole, come si fa una divisione. Sei tu quello che probabilmente dice a quel bambino o a quel ragazzo - per la prima volta nella sua vita - come si legge il greco antico, che cosa accade all'acqua che gela, che cosa significa "Cogito, ergo sum".  Gli insegni a leggere e a parlare in inglese, a dipingere, a suonare uno strumento. Se ci sai fare, puoi insegnargli tutti i segreti della vita, tutto quello che hai capito, quello che è bene che faccia e quello che deve assolutamente evitare; se lo desideri davvero, puoi riuscire ad insegnargli a non aver paura, a reagire alle difficoltà, ad amare la musica, la lettura, l'arte; se credi in quello che fai, puoi far brillare nei suoi occhi il desiderio di conoscere, di capire, di essere parte attiva della società e della vita.
Queste sono "le storie felici e positive" che noi potremmo raccontare. Ma non lo facciamo, perché sono momenti che difficilmente si possono far capire a chi non li prova. E allora ce li teniamo per noi.
Ma non lo facciamo anche perché siamo molto occupati ad affrontare le difficoltà.
Io, dal canto mio e nel mio piccolo, ho scritto un libro che contiene strategie che possono aiutare a ritrovare l'ottimismo. Scrivo questo blog, cercando di indicare una strada per superare gli ostacoli. 
Per il resto, ognuno deve trovare in sé l'ottimismo da trasmettere agli alunni, perché senza ottimismo, senza entusiasmo non si può insegnare in modo efficace.
Decidere qual è la tua strada è compito tuo. Ti auguro di saper scegliere e di essere felice.



mercoledì 5 febbraio 2014

"Storia di una insegnante distrutta". Seconda parte. 437° post

Prima Parte

Cara Viviana, hai fatto bene a decidere di sfogarti. Parlare di un problema è terapeutico, soprattutto perché ti accorgerai che non sei la sola che deve affrontare una situazione come quella che hai descritto; il che non risolve, ma consola.
Questo sentirsi “soli soli soli”, “persa, distrutta, vuota, disperata”, fino a pensare “al suicidio, come ad una liberazione da un incubo” è il burnout. Come ho già scritto “burnout” significa “bruciato”, “esaurito”, scoppiato”. 
“Chi viene colpito dalla sindrome del burnout si sente completamente sfinito dal punto di vista fisico ed emotivo, sente di essere inutile, incapace. Vede tutto nero, si sente fallito, cerca di cambiare lavoro o si rivolge a uno psichiatra per avere un aiuto farmacologico.”
La tua storia, Viviana, è la storia di molti. Gli insegnanti vivono spesso situazioni di grave disagio; i dirigenti dovrebbero farsi carico di quel disagio, ma non lo fanno. Anzi, a volte ne sono i responsabili.
Gli insegnanti sono sovrastati dalla fatica di affrontare ogni giorno il disagio di tanti bambini e ragazzi, che a sua volta riflette il disagio dei genitori, che riflette il disagio di una società senza valori, che è conseguenza di un sistema economico e sociale impostato sulla corsa al consumo e all'acquisto che condanna tutti alla frustrazione di non ottenere mai nulla di definitivo, perché ogni volta che credi di arrivare al traguardo, il traguardo viene spostato più avanti.
C’è chi riesce a sopportare e chi non ce la fa. Anche perché ognuno di noi entra e prosegue nella scuola con il suo carico di problemi, con il carattere che si è formato, con il bagaglio che la vita gli ha fornito. E nella scuola incontriamo altre persone, altre vite. Chi ha fortuna e incontra persone equilibrate riesce a resistere. Chi incontra sul suo cammino persone menefreghiste, scorrette, indifferenti, vendicative rischia di non farcela e di bruciarsi.
Tu, Viviana, sei entrata nella Scuola con la tua infanzia di bambina educata a considerare indispensabile fare il proprio dovere a qualunque costo, per esempio. E questo ti costringe a fare il tuo dovere. Ti senti in colpa se non lo fai. E non ti senti a posto se ti si chiede di promuovere chi non lo merita, non riesci a leccare i piedi ai dirigenti, non riesci ad accettare e a “lasciar vivere” chi non fa il suo dovere. Chi ha un marcato senso del dovere e lavora in una scuola dove, per esempio, il dirigente questo senso del dovere non ce l’ha e non lo capisce, si ribella, ed è destinato ad andare incontro al mobbing. Nella Scuola, come in qualsiasi altro luogo di lavoro dipendente. Ma in un luogo di lavoro privato i colleghi hanno paura perché sanno di poter essere licenziati. Nella Scuola, dove il dirigente non può licenziarti, la paura dei colleghi è ridicola e colpevole. Nella Scuola i colleghi che assistono a episodi di mobbing tacciono solo per paura di perdere qualche favore (ma perché chiedono al dirigente dei favori?) o per non essere coinvolti e per "non avere grane".
Per gli insegnanti è più difficile, perché, come dice Vittorio Lodolo D'Oria, “Gli insegnanti rientrano a pieno titolo tra le cosiddette helping profession", e "vivono una tipologia di rapporto con l'utente unica, che si protrae tutti i giorni e più ore al giorno, per nove mesi all'anno e per cicli di tre o cinque anni". Nessun altro lavoro ha un rapporto così stretto e di responsabilità con gli utenti. 
Insegnare a ragazzi, spesso viziati, impreparati, iperprotetti, è già molto difficile. Essere controllati ogni secondo da ventotto paia di occhi è snervante: l'intensità di questa situazione, nella consapevolezza che dobbiamo essere dei modelli di correttezza, non si può paragonare alle altre professioni. Essere guardati con stupore e disapprovazione ogni volta che si chiede a un ragazzo di fare il suo dovere è frustrante. Sopportare la presunzione e l’aggressività di certi genitori, cercando di mantenere la professionalità che ci viene richiesta, comporta un grande sforzo di autocontrollo. Convivere con colleghi che non solo non fanno il loro dovere, ma che rovinano anche il nostro lavoro è davvero faticoso. E quando a tutto questo si aggiunge il mobbing da parte di un dirigente al quale non va bene che tu non ti pieghi al suo volere autoritario, alle sue scorrettezze o ai suoi abusi di potere, finisci per non riuscire più a lavorare e a subire tutto con disperazione. Questo è il burnout. E devi curare il tuo male di vivere con gli psicofarmaci. E oltretutto devi farlo anche di nascosto perché “se lo vengono a sapere” – magari proprio quelli che ti hanno spinto alla depressione – diranno che ti impasticchi, che non dovrebbero lasciarti insegnare. Come se gli psicofarmaci fossero una droga per sballare.
Ma di chi è la colpa di questa situazione? Se tanti – troppi – insegnanti finiscono nel vortice della depressione o del disagio, la Scuola non va, evidentemente. È troppo faticosa, frustrante, usurante, evidentemente. E allora?
Il discorso è lunghissimo.
Bisognerebbe ammettere all'insegnamento solo le persone idonee a sopportare lo stress? Fare una visita iniziale per verificare la capacità di resistere alle difficoltà? Bisognerebbe richiedere una “sana e robusta costituzione”? O bisognerebbe invece fare in modo che il luogo di lavoro – tutti e non solo l'ambiente scolastico – fosse vivibile da tutti i punti di vista?
La colpa è dello Stato che non tutela gli insegnanti, che li fa lavorare in condizioni difficili, che li lascia senza aiuto, che permette ai dirigenti scolastici di mobbizzare i lavoratori, che fa una legge per la tutela della salute dei lavoratori ma non la fa applicare, che non controlla l’operato dei dirigenti e lo stato di salute degli insegnanti.
Ma, per me, una grossa responsabilità è imputabile agli insegnanti che assistono al massacro di un collega e si voltano dall'altra parte.
Scrivi: “Ho lottato dentro la scuola, perché ritenevo un mio diritto stare lì e non capivo perché mi trattavano male, perché dovevo andarmene! Perché ... se facevo il mio dovere? Ho subito ingiustizie pesanti e visto concessioni a colleghi che hanno dell'incredibile. Dopo 25 anni nella stessa scuola, speri che ti rispettino, ti stimino per l'esperienza che hai acquisito!”
Ti capisco: fai il tuo dovere e vorresti essere lasciata lavorare. E come è possibile che questo non avvenga?
Un dirigente che dirige la scuola come se fosse casa sua, per esempio, pretende di fare quello che vuole e di avere ubbidienza incondizionata. È il dirigente che comanda su tutto, che blocca ogni iniziativa, che fa quello che vuole, anche ai limiti della legalità, e pretende che i docenti eseguano senza fiatare. Se gli capita un insegnante che non ci sta e protesta, ecco che parte la persecuzione: l’insegnante “ribelle”, “che parla troppo” viene spostato nei corsi più difficili, viene fatto tacere o deriso; a lui si negano permessi che ad altri sono concessi.
Ma c’è una riflessione importante da fare: tutto questo può accadere perché gli insegnanti – gli altri, i colleghi- lo permettono.
La Scuola, che dovrebbe essere il luogo dove la solidarietà regna sovrana (perché dobbiamo insegnarla ai ragazzi), in realtà è il luogo dove la solidarietà praticamente non esiste. Se un insegnante si trova in difficoltà e viene escluso o mortificato, o se il dirigente gli fa una palese ingiustizia, tutti gli altri che cosa fanno? Si voltano dall'altra parte. Cercano di convincersi che non li riguarda: “è una cosa fra voi”, “dovresti cercare di lasciar perdere”, “sai che è fatto così, perché ti impunti?”. La colpa viene data all'insegnante o, al massimo, metà e metà. Nessuno prende posizione, perché è più facile fare come gli struzzi o come i mafiosi: fingere di non vedere. È più sicuro lavarsene le mani. D’altra parte quei colleghi tollerano il personale di segreteria che risponde loro sgarbatamente, o che sbaglia perché lavora in modo superficiale; tacciono quando un collega offende i ragazzi, o esce a fumare lasciando la classe scoperta, o non fa lezione, convinti che non sia compito loro;  i colleghi, non solo non si oppongono, ma  assecondano il dirigente che fa battute sarcastiche sull'insegnante preso di mira e ridono di quelle battute, fingendo che siano battute bonarie, per non prendere posizione. Perché gli insegnanti non sono coraggiosi, di solito. Sono abituati a fare il loro dovere e a sentirsi in colpa perché da troppo tempo sono accusati di essere dei fannulloni e di guadagnare anche troppo. Ed è per questo che vengono trattati male. Tanto - lo sanno tutti - non reagiranno.
Cara Viviana, non ti dirò che forse ti sei meritata i rimproveri, perché dici che sei laureata, hai passato un concorso, e non fai cenno a problemi di disciplina; non ti dirò che avresti dovuto cambiare scuola molto prima, perché so che è come per le donne che sposano un alcolista o un violento: “credi sempre che cambierà”; non ti dirò che il tuo carattere fragile probabilmente non era adatto a sostenere le fatiche dell’insegnamento, perché non potevi sapere come sarebbe stato.
Ti dico invece che devi cercare di riprendere le redini della tua vita. Ti stai curando, ma non basta se non decidi con convinzione che devi reagire.
Guarda i ragazzi con altri occhi: ti accorgerai che non tutti i ragazzi sono menefreghisti e maleducati; non tutti i colleghi se ne lavano le mani, non tutti i genitori sono prepotenti. Dimentica quello che è stato, anche se è difficile, e prosegui il cammino. Ti auguro di ritrovare la strada.

Fammi sapere!

domenica 2 febbraio 2014

"Storia di una insegnante distrutta". Prima parte. 436° post

Viviana mi scrive:
“Cara collega, ho apprezzato il tuo blog. Desidero narrare la mia storia di insegnante per "vocazione".
Sono cresciuta con un padre che mi ha inculcato il senso del dovere e l'amore verso lo Stato. Ho vissuto e lavorato oltre i miei limiti perché ..... dovevo! Ho 56 anni e tanti, tanti anni di servizio nella scuola italiana. Insegno da sempre in un biennio di scuola superiore. Istituto Tecnico Industriale. Fin da bimba desideravo e sognavo di insegnare. Con volontà, grinta, impegno e sacrificio, mi sono laureata in Lettere Moderne. Dopo una lunga gavetta di supplenze (anche di un solo giorno....e in luoghi sperduti), dopo un regolare concorso....ecco l'agognato posto di ruolo!!!!!Ho visto l' evoluzione negativa della scuola italiana, le assurdità ministeriali, le riforme a costo ZERO, la prepotenza dei Presidi, pardon.... Dirigenti Scolastici, delle caposegretarie, pardon...Dirigenti Amministrative, e pure il potere che hanno acquisito i bidelli, gli studenti i loro genitori! Ora mi chiedo: "Che ci stiamo a fare noi docenti, nell'edificio scolastico?".Per non parlare dei colleghi ruffiani, pronti a  “leccare i piedi" a qualunque Preside!Capaci, per ottenere privilegi, di distruggere i colleghi senza alcuna pietà. Passiamo ai ragazzi. Nelle classi sono entrati tanti delinquentelli, piccoli spacciatori, arroganti, che tutto pensano fuorché studiare. Lo scorso anno ho sequestrato tre coltelli allo stesso allievo di 15 anni "Ma mi servono per tagliare la carta!!!!!". Poverino..... E i genitori sono stupiti e affermano che io ce l'ho con il loro amato figliolo......"Lo sa che lui ha una intelligenza superiore alla media? E' un inventore e lei lo sottovaluta!". Assurdo e allucinante. Le rare volte che capitano i Carabinieri a scuola con i cani antidroga, tutti già lo sanno e poi vedi il fuggi fuggi generale dei ragazzi. A che gioco giochiamo? Io non mi sento più da qualche tempo un’insegnante. Mi sento una baby sitter con uno stipendio da fame e con delle responsabilità immense su dei disgraziati che non sanno ciò che fanno. Passiamo all'aspetto culturale. Fantastico! Nessuno porta i libri di testo... nessuno ha svolto i compiti sul quaderno quando lo portano)... nessuno è preparato per l'interrogazione......tutti usano liberamente il cellulare ben nascosto.....tu docente spieghi, spieghi, rispieghi e poi scopri che nessuno ti ha ascoltato!!! Quante soddisfazioni!!!!. È  una ironia! Passiamo ai genitori degli allievi. Vengono a colloquio con atteggiamento da saggi:  "Ma mio figlio a casa dice che lei non spiega.....doveva avvisarlo prima di interrogarlo.... ". Sentite questa: "Il mio figliolo ce la farà ad avere la media del 6? Non vorremmo che dovesse recuperare durante l'estate! Deve riposare, poveretto! Cosa deve fare per rimediare la sua materia?". Voti del ragazzo: 3 3 3 3...... Ci vuole un miracolo di Dio!!!!!! E il Dirigente Scolastico Onorevole Professore Esimio Illustre?
Allo scrutinio guarda il tabellone dei voti generali e dice: " Ma che voti brutti! Cosa pretendete dai vostri alunni! Sapete che se non si fa la classe si perdono posti di lavoro? Alziamo, alziamo!” I 5 diventano 6.... i 4 diventano 6..... i 3 diventano 6.... Evviva, andiamo in ferie ( se non hai gli esami di maturità )!
Potrei aggiungere che ho subito ben 20 anni di mobbing da parte della Dirigente Amministrativa, che riferiva falsità ai Presidi e mi boicottava quando era necessaria la sua approvazione. Non solo. Prima dell'attuale Preside, ho dovuto convivere con un Preside incaricato per ben 8 anni! Non sapeva ne’ leggere ne' scrivere. Veramente sosteneva che non scriveva perché poteva andare nei guai, meglio parlare. Si rivolgeva così a me: " Ciao bella, sei fai la brava bambina io e te andremo molto d'accordo!” Avevo paura ad entrare sola nella presidenza. Una volta, accompagnata da un collega, non mi ha ricevuto. Mi voleva sola! Parcheggiava nelle strisce gialle del cortile, nel posto dei portatori di handicap! Fumava alla scrivania davanti ai ragazzi e dietro di lui era appeso il cartello di divieto. Passava le mattine per il paese, entrando in tutti i bar e guardando le badanti straniere!!!! Mi odiava per la mia ribellione.

Penso che tanti anni trascorsi lottando a muso duro possano distruggere chiunque!
Ecco, ora da alcuni anni sono caduta in crisi.....la psichiatra lo chiama Burnout.  Mi imbottisco di psicofarmaci. Da 4 o 5 anni tento di andare a scuola subendo tutto...dico tutto, anche gli sberleffi dei ragazzi. Da circa 20 giorni sono a casa per malattia....naturalmente rinchiusa come in carcere, visto che Brunetta ha deciso che per tutte le patologie si sta nel letto! Che genio! La psichiatra, visto che ho paura di uscire, mi ha prescritto di farmi forza e camminare fuori casa, ma Brunetta non vuole! Ultima beffa del mio destino di docente!!!! Ho pensato pure al suicidio, come ad una liberazione da un incubo. Alternativa (per la quale ho litigato col marito e siamo quasi alle botte)  .mi licenzio!!!! Ho lottato dentro la scuola, perché ritenevo un mio diritto stare lì e non capivo perché mi trattavano male, perché dovevo andarmene! Perché ... se facevo il mio dovere? Ho subito ingiustizie pesanti e visto concessioni a colleghi che hanno dell'incredibile. Dopo 25 anni nella stessa scuola, speri che ti rispettino, ti stimino per l'esperienza che hai acquisito! Invece nulla!Ero iscritta a un sindacato. Mi hanno fatto avviare una causa, il loro avvocato ha preteso un sacco di soldi e la mia vita a scuola è peggiorata. Quando il lavoro condiziona prepotentemente la vita privata rischi di buttare alle ortiche pure quella e sta succedendo. Mio marito è furioso con la scuola; i miei figli vedono una madre chiusa in camera a piangere e non si sa come finisce..Le istituzioni non ti aiutano!I sindacati fanno di peggio!I docenti sono soli soli soli!Concludo dicendo che quanto ho scritto non è ampliato, ma è la punta di un iceberg!
Questa è la fine di una docente sognatrice, che ha dato l’anima allo Stato Italiano e ora è persa, distrutta, vuota, disperata.......E' la prima volta che racconto la mia storia di insegnante e finalmente mi sono un po' sfogata! Odio la gente comune che dice che i prof se la spassano!

Beh, ora parlare di queste cose mi sta facendo male. Scusa se smetto, ma sono troppo triste  Ciao collega. Viviana”

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